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R A C C O N T I (dei combattenti del "Tirano") |
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Dopo molti anni la memoria a causa dell’età si indebolisce; oppure, per grazia di Dio, si ricordano di più le cose belle che quelle brutte. E, in guerra, di cose belle non ce ne furono molte, salvo la grande fraternità fra gli alpini e la forte amicizia che ci legava nel pericolo. Non posso dimenticare però, in Albania, il fango che “bruciava” le stringhe degli scarponi, con il rischio di rimanere senza scarpa ad ogni passo perché spariva sotto terra come nelle sabbie mobili. E i cavalli, i muli e tutte le bestie morte durante l’inverno le cui carogne non s’erano potute sotterrare a causa del grande freddo che aveva pietrificato il terreno. All’arrivo della primavera, sparita la neve, le carogne affiorano sul terreno ancora intatte; sembrava che la battaglia attorno alla città di Coritza fosse passata in quel momento, anche se il cannone aveva smesso di sparare da molto. Un altro ricordo: le punture al petto, sulla schiena e nelle braccia ordinate dal comando sanitario, punture che, a causa della nostra giovinezza, della mancata esperienza e perché l’alpino (o forse tutti i militari) sono un po’ allergici alle istruzioni obbligatorie dell’infermeria, tutti cercavano di evitare. È un bel ricordo, perché, dovendo dare l’esempio, mi sottoposi a tutte le punture prescritte ingoiandomi tutte le pastiglie contro la malaria, eccetera, con il risultato di star bene durante e dopo la campagna militare. Stare bene non è stata cosa facile, perché abbiamo attraversato tutta l’Albania a piedi, in mezzo al lezzo delle carogne putrefatte, e purtroppo senza acqua da bere, Mi ricordo di avere bevuto acqua giallastra di uno stagno: al solo pensiero mi viene ancora oggi, dopo tanti anni, la pelle d’oca. Una cosa bella succedeva in Albania: non arrivava la cisterna dell’acqua, però non so per quale mistero non è mai mancato il vino; almeno ciò succedeva nella mia compagnia; il fiasco di Chianti e un pezzo di formaggio “Roma” si poteva trovare sotto ogni tenda. Un altro ricordo: di quando ci accampammo a Durazzo attorno alla villa reale, vicino al mare, in attesa del rimpatrio. Fu uno spettacolo: gli alpini, che vedevano per la prima volta il mare, in quanto nel viaggio di andata avevano preso l’aeroplano, andavano sulla spiaggia e assaggiavano l’acqua per sentire se veramente era salata come era stato loro descritto. E il ritorno da Durazzo a Bari, quando il capitano della nave chiamò l’ufficiale e i due sergenti di servizio per comunicarci di mettere gli alpini in allarme perché era stato avvistato un sommergibile nemico; mi venne in mente la scenetta dell’acqua salata. Non si poteva seminare panico fra gli alpini e così, d’accordo con il comandante, ordinammo a tutti di dormire senza scarpe e con il salvagente sotto la testa, in pre-allarme, senza precisare la presenza del sottomarino. Nella notte, dal sottomarino nemico partirono due siluri, ma per nostra fortuna a vuoto, perché si viaggiava a zig-zag. Finalmente arrivo a Bari, per la sfilata della divisione Tridentina. |
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