R A C C O N T I (dei combattenti del "Tirano")


Tenente Arturo Vita (46a compagnia-Fronte Russo)

Chi ha avuto la ventura di partecipare (e di fare poi ritorno a casa) all’epica battaglia di Nikolajewka del 26 gennaio 1943, difficilmente potrà scordare quell’immensa piana, limitata su due lati dalle basse colline su cui sorgeva l’abitato di questa importante via di comunicazione; il suo viadotto ferroviario con il famoso sottopassaggio, attraverso il quale irruppero i primi animosi; lo sbarramento di fuoco delle armi automatiche appostate dietro le due vaste isbe rosse, che con il loro tiro incrociato bloccavano chiunque avanzasse dal terrapieno della ferrovia; ed infine ancora i mitragliamenti russi contro la massa dei soldati, il morso del gelo, l’ansia e la disperazione che gravavano nel cuore di tutti noi. Ma era soprattutto il freddo a congelare il nostro spirito in quella grigia giornata, iniziata, per noi del Tirano, con lo sfondamento alla selletta di Arnautowo, nella stessa mattinata, delle prime resistenze nemiche; fu un’azione impetuosa e prepotente, che costò il quasi totale smembramento del battaglione. Ben sei le medaglie d’oro concesse agli eroi del Tirano; ma la via fu così aperta alla colonna in fremente attesa. Era il freddo che penetrava nelle ossa, protette a malapena dagli insufficienti cappotti col finto pelo e dalle malfatte scarpe del regio esercito, era il gelo che paralizzava la mente di chi aveva dovuto combattere da 9 giorni senza possibilità di riposo, di vitto e di caldo; erano i quaranta sotto zero che ti agghiacciavano l’intelletto, per cui desideravi solo stenderti sulla neve, sederti ai bordi della pista, abbandonare la colonna, per immergerti felice nel tepore di un sonno ristoratore che ben presto si sarebbe tramutato in morte sicura ed immediata… E così li lasciammo, i nostri alpini, lungo la gelida steppa, appoggiati ai muri delle isbe, seduti o sdraiati sulla neve, in attesa di un soffio caldo che non riuscivano più a ricevere da nulla e da nessuno; li lasciammo addormentati nel sonno eterno, mentre la neve scendeva fitta e ben presto li avrebbe ricoperti col suo candido manto di pietà infinita. Ed ora di fronte a noi si ergeva Nikolajewka, baluardo che sembrava imprendibile: la massa attendeva immota, mentre le prime ombre della sera acuivano ancor più l’incubo di quelle ore di ansia e di incertezza, per cui un’altra notte all’addiaccio, in quelle condizioni di spirito e di ambiente, avrebbe certamente significato la morte certa per assideramento! E venne improvviso un urlo a rompere quell’atmosfera, un urlo lanciato da uomini come noi ma più coraggiosi, che si erano avventati contro le difese nemiche al seguito del generale Reverberi, il quale in piedi sulla torretta dell’unico carro armato tedesco ancora efficiente, urlava “Avanti Tridentina – Avanti – Di là c’è l’Italia…!”. E la massa si mosse, dapprima lentamente e poi sempre più veloce, rincuorandosi a vicenda, col volto atteggiato ad un mesto sorriso, il cuore aperto ad un nuovo alito di speranza… “Avanti, avanti…” si udiva gridare da più parti, “Forza ragazzi… avanti alpini!..” e gli uomini intorpiditi, stanchi, affamati, congelati, feriti, si buttarono, nel gelo del tramonto, contro le mitragliatrici russe asserragliate nel loro abitato. Ed anche noi entrammo a Nikolajewka, dopo aver perso ancora tanti dei nostri alpini, primo fra tutti il tenente Piatti, che con gli uomini ancora validi della sua 48a Compagnia, non aveva esitato a buttarsi attraverso il tragico sottopassaggio della ferrovia. E fu la settima medaglia d’oro del Tirano quel giorno: le altre sei corrispondono ai nomi di Grandi, Briolini, Slataper, Nicola, Perego e Soncelli. La sera stessa riuscimmo a sistemare in un’isba, a protezione delle morse del gelo, oltre 28 alpini del nostro battaglione: il medico li curò e li medicò… ma un cerino inavvertitamente lasciato cadere sulla paglia provocò l’immane tragedia! Perirono tutti quanti in un tragico rogo, fatale destino per loro, mentre le fiamme dell’isba maledetta illuminavano sinistramente Nikolajewka immersa nel silenzio della notte. Il mattino successivo si riprese il cammino in direzione degli avamposti ungheresi ed ogni tanto volgevamo il capo alla coda della colonna, lungo serpente nero snodatesi sull’immacolata pista…: alcune isbe di Nikolajewka ardevano ancora, qualche sporadico colpo di fucile rintronava nel gelo e spaccava il silenzio di una grigia alba: la libertà per noi era oramai vicina.




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