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R A C C O N T I (dei combattenti del "Tirano") |
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La sera del 24 gennaio 1943, dopo una estenuante marcia nella steppa in mezzo ad una gelida tormenta che aveva messo a dura prova uomini e muli, il mio reparto alloggiò per il pernottamento in un capannone. Stanco e senza cibo mi sdraiai sopra dello strame che ricopriva il pavimento ai bordi del capannone, e tra il vociare e l’imprecare dei primi contro i ritardatari in continuo afflusso mi addormentai. Faceva ancora buio ed ebbi una insolita sveglia, me l’aveva data un mulo legato fuori dal capannone il quale, spinto dalla fame, aveva divorato la paglia che ricopriva una finestra, che guarda il caso, sboccava all’interno proprio sulla mia testa. Dall’apertura fischiava un gelido vento, il quale mi costrinse ad alzarmi in compagnia ad altri alpini, e mi aveva indurito le scarpe che tenevo legate ai lati della testa (per sicurezza). Non riuscendo a calzarle uscii dal capannone, il quale era tanto stipato di gente rannicchiata e sdraiata per terra che per uscire fuori fui costretto a passare dal foro che il mulo aveva aperto, e mi avvicinai a un fuoco poco distante che avevo scorto già dall’interno del capannone. Con le scarpe in mano mi accostai il più possibile al fuoco, girandole e rigirandole finchè divennero morbide, per poi infilarle nei piedi tiepide come pantofole. Sedutomi, assaporavo il calore del fuoco, ed a tratti giravo lo sguardo scrutando le facce di quelle creature umane mute ed immobili accovacciate sulla neve, facendo corona al fuoco che non era altro che i resti di un’isba in fiamme, un focolare domestico distrutto che nella fase della sua estinzione col suo calore e il suo bagliore contribuiva a donare alle creature che l’attorniavano la sensazione di rivivere, ridonare la speranza di rivedere il loro focolare. Esse tenevano il tipico atteggiamento di coloro che sono forzatamente costretti a passare una notte all’addiaccio, traendo dal fuoco dei benefici fisico-umani che solo chi ha vissuto una di quelle notti in quelle tragiche circostanze può comprendere e giudicare. Fui distolto dal mio fantasticare da una domanda che mi fece l’alpino seduto al mio fianco, il quale mi chiese informazioni sul Battaglione Tirano, a lui risposi che anch’io facevo parte del Tirano, 46a Compagnia, la quale era accantonata nel vicino capannone. Quell’alpino ebbe un sussulto ed esclamò: “È la mia compagnia! Finalmente l’ ho ritrovata! Quanto ho tribolato per raggiungerla, l’avevo persa a Podgornoje”. Mi voltai e lo guardai, non lo conoscevo, ma in quello stato difficilmente lo avrei riconosciuto, fui colpito dall’espressione del suo sguardo, al bagliore del fuoco i suoi occhi emanavano qualcosa di un profondo umano impossibile e descrivere, direi che non fosse altro che la gioia nella sofferenza. Lo guardavo con attenzione, mi faceva pena, dimenticavo me stesso che condividevo le sue condizioni. Scarno, gli occhi affossati nelle occhiaie, la barba rada e irta gli copriva il mento e le guance in parte coperte da uno sdrucito passamontagna sopra il quale stava ben calcato il cappello alpino deformato; teneva il fucile a tracolla ed una bisaccia che penzolava sui fianchi, chissà quale miseria quella bisaccia racchiudeva in sé. Nel tempo il fuoco lentamente si estingueva, il freddo si faceva più pungente ed il gruppo che attorniava il fuoco non mollava, anzi continuava ad ingrossarsi; così venne l’alba. Una voce che gridava: “Adunata Tirano!” mi fece abbandonare il fuoco ormai semispento, ed intorpidito dal gelo e dalla posizione in cui mi ero soffermato per tanto tempo, barcollando mi infilai nella mia compagnia che stava adunandosi, seguito dall’alpino a me sconosciuto. Il 25 gennaio il cielo era azzurro, splendeva un sole che ci donava la speranza, facendo dimenticare il pericolo che incombeva su migliaia di giovani vite. Nel pomeriggio attraversammo Nikitowka distesa con le sue isbe ai fianchi della strada per alcuni chilometri, fortuna nostra perché in quelle isbe affondammo le nostre mani alla ricerca del cibo con risultati soddisfacenti. Indisturbati dal nemico, era buio quando ci accantonammo in una isba adibita a stalla. Tra il discutere di ognuno, alcuni alpini accesero il fuoco nel bel mezzo della stalla e diedero inizio a cuocere un capretto allo spiedo emanava un profumo di tale mole che nell’attesa di divorarlo faceva trangugiar saliva così di frequente da indolenzire nel ritmo dei colpi l’apparato digerente di quella gioventù affamata di cibo e di vita. Stavo gustando il pezzo di capretto da poco mangiato, allorché sentii alcuni spari isolati i quali mi tolsero la voglia di dormire. Mi appisolai più volte, ma nel dormiveglia sentivo l’intensificarsi dei colpi di armi automatiche sempre più vicini, i quali misero in allarme quanti stavano nell’isba. Non saprei dire l’ora esatta, ma alle quattro, le cinque del mattino vi fu l’allarme. Non ci sorprese, ed in poco tempo il Tirano fu pronto. La 46a Compagnia comandata dal capitano Grandi si mosse per prima, e al mio plotone fu dato il compito di avanzare in avanscoperta onde impedire eventuali attacchi a sorpresa. Si sentiva il tuono del cannone ed il crepitar delle mitraglie sempre più vicino, al bagliore dei combattimenti in corso faceva corona gli innumerevoli proiettili traccianti che solcavano luminosi nel buio seppur stellato cielo di quel mattino. Era ancora notte che avemmo contatto con gli artiglieri della 33a Batteria e del comando Gruppo Bergamo, i quali ci misero al corrente della precaria situazione in cui si trovavano, dicendomi che il nostro intervento li salvava da un sicuro annientamento; avevano subito gravi perdite per i combattimenti che si erano protratti tutta la notte, avevano in efficienza solo un cannone e due mitragliatrici. Ci fermammo dietro a un’isba; mentre si formavano i gruppi di fuoco, scaldai e controllai se era in efficienza il fucile mitragliatore, ed allo spuntare dell’alba del 26 gennaio prendemmo posizione qualche decina di metri fuori dell’abitato di Arnautowo, oltre l’ondulazione del terreno che lo proteggeva dal tiro delle mitragliatrici nemiche. Con sorpresa rividi l’alpino a me sconosciuto il quale faceva parte del mio gruppo di fuoco. Ci appostammo in una piega del terreno discretamente profonda, con noi vi era il comandante di compagnia, capitano Grandi. Ci accorgemmo che eravamo in una situazione molto critica, i russi ci dominavano con armi superiori alle nostre per potenza di fuoco, avvantaggiati da posizioni migliori predisposte da alcuni giorni. Indirizzai alcune raffiche su una posizione che sparava su noi con efficacia, vi furono i primi morti e feriti, ma ormai eravamo a tu per tu con i russi e dovevamo rispondergli con le dovute rime. Il fuoco delle mitragliatrici russe aumentava di intensità, era preciso, guai alzare la testa, chi osava era spacciato, e così le nostre perdite aumentavano. Questa era la situazione in cui ero venuto a trovarmi il mattino del 26 gennaio 1943, disteso sulla neve semiassiderato, con i componenti il mio gruppo di fuoco, comandato dal sergente maggiore Rinaldi. Il capitano Grandi dalla nostra postazione seguiva il combattimento, rischiava per individuare le postazioni russe che da breve distanza causavano gravi perdite alla sua compagnia. Il capitano, individuata un’arma che sparava sul nostro fianco e dei soldati russi in movimento per prenderci a tergo, di persona decise di segnalare ad una nostra postazione poco distante il pericolo di essere eliminata; dalla nostra postazione era impossibile esporsi a sparare sui russi in movimento, pena la pelle a chi osava. Il capitano Grandi con sprezzo del pericolo con un balzo tentò di raggiungere la postazione minacciata dai russi, per poi eliminare l’arma nemica e bloccare i russi in movimento. Ma la stessa arma che voleva eliminare lo colpì al ventre, e cadde tra le due postazioni. Vi fu in noi un attimo di disorientamento, poi senza riflettere con un balzo fui vicino al capitano ferito, fui subito raggiunto dal sergente Pasini il quale mi aiutò a caricare sulle spalle (stando a carponi) il capitano, e a carponi nella neve lo portai per un breve tratto per poi raggiungere un’isba distante alcune decine di metri. L’isba era stipata di feriti, perciò il capitano ferito fu disteso sopra una coperta dietro l’isba, lo prese in consegna il tenente Ravelli il quale con le lacrime agli occhi disse che nell’isba giaceva morente il tenente Perego. Le prime cure vennero prestate dall’infermiere di compagnia, caporale Todeschini, mentre il capitano imprecava contro i russi che gli avevano bucato le “budelline”. Non so quanto mi fermai sul posto, ma ho ben chiaro che l’artigliere Visinoni mio compaesano mi invitò a entrare nell’isba ove c’era un altro mio compaesano e amico, l’artigliere Balsuzzi, il quale giaceva gravemente ferito. Non entrai nell’isba, ma istintivamente raccolsi da una slitta carica di munizioni una cassetta spalleggiabile di caricatori da fucile mitragliatore, me la misi in spalla e con la mano ne afferrai un’altra trascinandola nella neve, e giù a salti verso la mia postazione. Trovai la postazione più arretrata, mi sdraiai e cominciai a passare le munizioni al caporale Danieli che sparava con il mitragliatore. (Vorrei segnalare alcuni nomi che ricordo di caduti che facevano parte del mio plotone: Troina, Tiraboschi, sergente Rebustelli, Brembilla; fu ferito Marchetti e di striscio il comandante di plotone, tenente De Minerbi.) Poco distante si sentiva il lamento di un ferito, il quale ripetutamente implorava un nome: “Margherita!”. Non si poteva rischiare per soccorrerlo, eravamo troppo bersagliati. Con sollievo finalmente sentimmo i colpi della nostra artiglieria che sparava a schrapnel sulle postazioni di fronte a noi colpendole con precisione; seguiva un nutrito lancio di bombe sparate da un mortaio 45 il cui mortaista dimostrava abilità centrando con precisione le postazioni russe. Sotto i nostri colpi e l’aumentata pressione degli alpini che non badavano alle perdite pur di aprire un varco, i russi cominciarono ad abbandonare le postazioni compreso le armi pesanti, sbandandosi, volgendo a noi le spalle. Per meglio colpirli mi alzai a sparare, in quell’attimo vidi l’alpino a me sconosciuto, che imbracciava ancora il fucile, con il suo deformato cappello alpino in testa, con la faccia ancor più scarna, la bocca ritratta dalla smorfia della morte che gli aveva mozzato il suo lamento mentre implorava la sua Margherita, la quale era di certo la sua vita. Era bastato quell’attimo: la morte di quell’alpino a me sconosciuto ha lasciato in me per tutta la vita l’immagine della sofferenza di coloro che in quelle tragiche circostanze donarono la vita per dovere di patria e per l’umana fratellanza. Infatti, mai come allora, nel vortice della guerra, pur nell’istintiva preservazione della vita, uno donava all’altro il suo essere perché qualcuno vivesse e ricordasse coloro che onorarono nel dovere la bandiera col sacrificio della propria vita. Sparavo inginocchiato nella neve, il tenente Da Re mi aveva ripetutamente tirato il pastrano perché non mi esponessi troppo sparando sui russi in fuga. Ci buttammo all’inseguimento con la neve fino alle ginocchia, nel primo tratto della balka il tenente sparava con il fucile mitragliatore appoggiato sulle mie spalle. Attraversammo la balka in lungo combattendo con accanimento, annientando ogni resistenza nemica, proseguendo fino sulla strada che costeggiava la balka. Sulla strada fummo raggiunti dal generale Riverberi con il suo seguito. Con il mio gruppo di fuoco composto dal sergente maggiore Rinaldi, dal caporale Danieli che imbracciava il fucile mitragliatore, dal caporale Avioli, dagli alpini Marchetti, Vanoni, Bongin, proseguimmo raggiungendo il costone di una grande balka, ai suoi piedi si adagiava un rosso abitato da cui proveniva l’eco dei combattimenti in corso; era iniziata la battaglia di Nikolajewka. |
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