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R A C C O N T I (dei combattenti del "Tirano") |
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Il vento della Val d’Aosta soffiava impetuoso quel giorno investendo con le sue raffiche gli alberi, scotendone i rami, turbinando tra le foglie, disperdendosi sull’alta erba ondeggiante dei prati. Curvo sul manubrio, pedalavo tenacemente, cercando di vincere la resistenza di quelle ventate: sull’asfalto la mia ombra appariva con disegni strani e , di quando in quando, l’osservavo, quasi avessi potuto trovare un punto di riferimento al mio sforzo sempre più teso. Vedevo, nell’ombra, la penna del cappello piegarsi quando le raffiche si susseguivano con maggior violenza e ne udivo il ronzio, simile a quello di un petulante calabrone. Ero abituato a quel vento, e, mentre lentamente mi avvicinavo all’abitato di Borgofranco, guardavo con invidia coloro che, in bicicletta, mi incrociavano sfreccianti, sospinti da esso verso Ivrea; altre volte, con Ossicino e De Nardo, ci eravamo divertiti a scendere in città facendo vela con l’ampia mantella e ponendo a gara a chi pedalava meno; al ritorno poi, da vecchi furbi; si caricavano le biciclette in bagagliaio e col “ciuf-ciuf” della Val d’Aosta si rientrava a Settimo, dove il battaglione era accantonato. Ero aspirante allora e da Merano mi avevano assegnato al Btg. Tirano, trasferito in Piemonte in fretta e furia per via della tensione dei rapporti tra le “fratellanze” e le “cuginanze”. Ricordo il mio arrivo al battaglione!! Il primo ufficiale che incontrai fu Gromme che mi fece naturalmente pagare da bere e subito, mentre ancora avevo le valige tra le mani! Poi fu la volta di Vita, il bell’Arturo!, ed anche alla sua anzianità dovetti immolare il portafogli, e giù “Vov” come se nevicasse! E ancora mi presentai a Valcanover, al capitano Tessitore, al tenente Brenna, a Molteni e tutti trincavano alla mia salute che era una bellezza ed io continuavo a pagare che era uno schifo a vedersi! E con me gli altri allievi, Silvestri, De Nardo, Marzotto, Cecchi; Bensuglio e tutti eravamo quasi goffi nelle nostre divise tirate a lucido, con gli stivaloni scricchiolanti ed il cappello senza pacche! Poi il maggiore Loffredo ci assegnò alle Compagnie ed io andai in forza alla 49,comandata interinalmente da Ossicino, al secolo Eugenio Montrasio, e lì imparai subito a scattare come una molla! Ossicino, magro come un chiodo e tutto nervi, era un ottimo amico, ma in servizio non ammetteva repliche e tirava certe pedate che alzavano una spanna da terra! Se lo ricorda l’alpino Leidi colpevole di una tremenda vaccata che se ne prese una che gli fece provare l’ebbrezza del volo e dovette in seguito dormire bocconi per una settimana; lo stivale di Ossicino invece fu affidato alle cure del calzolaio e, da rigido, divenne floscio! A Settimo si stava bene! Gli alpini erano accantonati a Montestrutto, gli ufficiali all’albergo dell’Angelo dove c’era anche la mensa; allo scadere del primo mese lo stipendio mi era rimasto nelle tasche il solo tempo di portarlo dall’Ufficio Maggiorità alle mani della signora Maria, padrona dell’albergo, per merito di quelle imponenti libagioni effettuate alla salute dei miei gradi “a lutto”; poi le cose si erano andate normalizzando ed a poco a poco mi ero fatto dritto e, dopo dieci settimane di naja, riuscivo anche a telare alla volta di Ivrea città tentacolare. Quel giorno, ricordo, ero reduce da una di quelle puntate; avevo perduto il treno e mi ero rassegnato a fare i conti con quel maledetto ventaccio. Ballonzolando sull’acciottolato di Borgofranco, tenevo bene aperti gli occhi per il pericolo di incontrare “Penne Bianche”; ero, come dissi, piuttosto giovane di naja, allora, ma già da tempo avevo fatto tesoro del vecchio adagio: “Davanti ai muli, dietro ai cannoni, lontano dai superiori” e lo applicavo con scrupolo veramente lodevole, godendone ampiamente i benefici effetti. A Borgofranco c’era il Comando di Reggimento ed il colonnello Frassi sapeva piantarle le grane, lui, quando ci si metteva! Pedalavo, insomma, ad occhi aperti, pronto ad esibire quel minimo di “faccia di tolla” necessario per farmi credere in giro per servizio. Davanti alla palazzina del Comando Reggimento vidi un gruppo di ufficiali: tutti subalterni: Meno male! Ma c’era tra loro una insolita, strana animazione! Sotto la naja si diventa un po’ pettegoli, nel senso che si va sempre in cerca della notizia che possa interessare; l’interesse, d’altra parte, è estremamente diretto ed ognuno in fondo, ha ben diritto di sapere quello che di lui s’intende fare! Naturalmente poi si accetta tutto ciò che capita: si parte, si arriva, si smonta, si sale, si scende, si marcia, ci si ferma, si serra sotto o si va distanziati, ci si muove carichi oppure”scossi”: in altre parole si ubbidisce per via di quelle stellette che son disciplina di noi soldà. Però la curiosità di sapere è uno scoglio che ben difficilmente si riesce a sormontare. A meno che non si abbia fatto Modena o si sia arrivati nei primi dieci a Bassano del Grappa! Fu appunto questa curiosità (io a Bassano, a fine corso, per trovare il mio nome tra gli ammessi feci più presto a cominciare dal fondo!) che mi fece avvicinare a quella gente e a Migliavacca chiesi il motivo di quella animazione. “Sfido io! Si parte! La va a pochi!”. “Ci siamo” dissi tra me, e mille pensieri mi turbinavano dentro il testone e subito svanivano: uno solo rimaneva inchiodato: pensiero che mi entusiasmava e mi atterriva nel medesimo tempo, che mi rallegrava e mi intristiva. “Stavolta ci siamo!”, ripetei, e quasi a conferma di quanto andavo rimuginando, dall’aperta finestra del primo piano mi giunse agli orecchi la voce del maggiore Chiaradia che andava urlando concitati ordini al telefono con quel suo spiaccicato accento veneto così insolito tra gli alpini del Quinto usi alla pacata cadenza valtellinese o alla stretta parlata bergamasca. Ripresi il mio faticoso pedalare verso Settimo: il vento era scemato e potevo accelerare la corsa; avevo fretta di rientrare, di recare la notizia, ma giunto a Montestrutto mi accorsi che Radio-Scarpa mi aveva preceduto. La vecchia Radio-Scarpa, quando ci si mette, dà dei punti a Marconi! Gli alpini uscivano in libera uscita, sciamando per il paese e, più ancora, per la campagna; avevano capito che quella era una partenza diversa dalle altre, eppure erano tranquilli. Quella sera alla mensa ufficiali, si parlò a lungo della guerra che stava per scoppiare; poi Ossicino intonò “Corda Manilla” e la signora Maria offrì da bere per tutti. La stazioncina di Settimo rigurgitava di uomini e di muli, di armi e di materiali, in un andirivieni di carrette cariche “a tappo” tra scalciare di muli, in un frastuono di urla, di bestemmie dei soliti conducenti, di fischi di locomotive. Quando vi giunsi, ve n’era una manovrata da Sparafucile che si muoveva lentamente, sbuffando, inseguita dal macchinista preoccupatissimo: Sparafucile se ne stava imperturbabile alla guida: “Solo il tratto necessario a spostarla dal binario per farlo attraversare dai miei muli”, diceva! Calava la sera, mentre le prime stelle si accendevano in cielo; la tradotta si mosse lentamente; dal finestrino salutai con uno sguardo il castello di Montestrutto, i verdi prati di Quassolo, i boschi di Trovinasse, mentre, all’improvviso, il cuore mi si riempiva di malinconia. St. Vincent, Châtillon, Aosta: il treno ansimò nella notte, rallentò, riprese la corsa. Sparafucile canticchiava Shangai-Lil agghiacciandomi con spaventose stonature, il capitano Marchi, Zanchi e De Nardo dormivano già da un bel pezzo; nei carri bestiame gli alpini erano quieti; la Dora ci fiancheggiava spumeggiando. Mi appisolai, cullato dal ritmo monotono del treno. “Sveglia!”. La voce del Capitano mi fece sussultare. “Si scende! E Valdigna! Siamo arrivati!”. I muli, felici di sentire la fresca terra sotto gli zoccoli, sgroppavano; i conducenti, naturalmente, bestemmiavano. Prendemmo subito la montagna, salendo lenti, in fila indiana, a plotoni intervallati. Incominciai ad udire un rumore per me nuovo: tac, tac, l’elmetto, fissato allo zaino, batteva aritmicamente sulla canna del fucile, tac, tac! Chiesi all’attendente il mio, lo volli provare: mi sembrava di aver la zucca dentro una capanna. “L’è brütt, sicur tenent!”. Restituii a Caratti il „cappello di ferro“ e già mi parve di aver fatto un torto a quello con la penna che mi schiacciai in testa con una manata affettuosa. A Moliè ci accampammo nel bosco, sopra le poche e povere case; fu lì che ci arrivò la notizia della dichiarazione di guerra. Tutti ormai ce l’aspettavamo, eppure a tutti fece impressione; il giorno dopo pioveva e faceva freddo: già si sentiva in lontananza il brontolio del cannone, riecheggiante cupo nella vallata. Ma la linea era ancora distante, eravamo soltanto di copertura in attesa di muoverci da un momento all’altro. Scrissi la prima lettera a mia madre; vergavo quelle righe sotto la tenda gocciolante pioggia e tristezza: pensavo che era proprio vero che mi ero venduto la vacca per andare negli alpini e fu questo pensiero che mi fece sorridere. Chiamai Caratti e con le armonichette attaccammo “Piemontesina”. E tutto passò! Richiami echeggiarono nella notte: era l’ordine di levar le tende. Ridiscendemmo a Valdigna e il Btg. Tirano, incolonnato, si avviò lungo la strada maestra, verso Courmayeur. Marciavo al fianco di Toni Zurla, giunto fresco fresco da Glorenza. Aveva un paio di baffi biondi e aguzzi, il Toni, e mi chiamava “Piccolo fiore”; ogni tanto Sparafucile ci raggiungeva e allora l’argomento del discorso erano le allegre serate trascorse al Pappagallo di Merano con le bionde frauen di Innsbruck e di Salisburgo, le grandi manovre, come le chiamavamo. Lasciammo Courmayeur e ci infilammo nella Val Venì; alla cantina di La Visaille il profumo del bosco era inebriante. La colonna saliva lentamente, snodandosi lungo l’Alée Blanche, specchiandosi nel lago di Combal nelle cui acque si vedevano correr nuvole. Sordi boati rompevano di quando in quando la silenziosa maestà della natura: la montagna lanciava scariche di sassi; più in alto, sul Monte Bianco, tuonavano le valanghe. Altissimo nel cielo, un aereo appariva e scompariva alle nostre viste. Marciavamo lentamente: gli alpini carichi come muli, i muli carichi come gli alpini! Poi l’erta si fece più dura e su di un ripido nevaio ci giunse il rombo delle prime cannonate; finalmente, vicinissimo, con le prime ombre della sera, ecco Col de La Seigne! Il gruppo Bergamo, che ci aveva preceduto, stava scaricando i piccoli 75/13 da montagna; stavamo oltrepassando la postazione di un pezzo, quando, improvvisa, un enorme fruscio; tutti ci gettammo nella neve, un attimo ancora poi un fragorosissimo scoppio e mi trovai, imbrattato di fango, con le orecchie che mi rintronavano, a pochi metri da una rispettabile buca scavata dal proiettile appena esploso. “La si è girata!” pensai e mi sentivo venir l’acqua ai denti. Gli alpini mi guardavano spauriti, poi una voce: ”Marca giò che l’è la prima”. Quella frase pronunciata con un umorismo inconsapevole mi rincuorò, mi donò quasi l’allegria; istintivamente trassi di tasca la armonichetta e mi misi a suonare. Pasini disse: ”L’è matt, il tenent” ed io avrei voluto dirgli che non ero matto, che suonavo per farmi coraggio, perché ”stringevo” anch’io, come lui, forse più di lui! Il battaglione era ora tutto ammassato al colle; a brevi intervalli giungevano salve di artiglieria che sconvolgevano il nevaio. La nostra artiglieria alpina rispondeva con i suoi cacciafuoco; io ero acquattato sotto uno spuntone di roccia e guardavo l’Eolo che, scavalcando il colle, sfilava lentamente sul nevaio dell’Auguille des Glaciers; la notte era ormai calata ed un freddo pungente mi intirizziva, mi avvolsi nella mantellina e dormicchiai, battendo i denti, tra Ossicino e Degano. L’alba sorse gelida e con essa il tambureggiare dell’artiglieria francese; i colpi scrostavano appena e terminavano la loro parabola nella conca nevosa, a poche decine di metri da noi; quel tratto, naturalmente, era diventato tabù. Poi toccò a noi! Vidi il ten. Brenna, alla testa della 46, avanzare allo scoperto, poi fu la volta della mia compagnia; procedemmo su di un terreno roccioso, in mezzo ad una fitta nebbia; una ventata di pallottole sibilò sulle nostre teste, un nevaio ripidissimo si aperse davanti a noi; fu necessario srotolare le corde assicurandole alle piccozze piantate nella neve per preparare una mancorrente. Mentre eravamo intenti all’operazione, un colpo di grosso calibro arrivò in mezzo a noi. Parecchi alpini, che già avevano iniziato la discesa, si staccarono e rotolarono lungo il nevaio: fu una discesa vertiginosa che per fortuna si arrestò proprio sul limitare di una larga screpacciata. Zurla dominava il disordine creatosi con metodi assai persuasivi e mi esortava ad imitarlo; feci de mio meglio e nella foga non mi accorsi nemmeno di aver appioppato un calcio nel sedere ad un ufficiale, ma costui non protestò! C’era un tratto di roccia da attraversare, sotto il nevaio; bisognava stare all’occhio, afferrarsi bene agli appigli: lo zaino, il fucile, le armi sbilanciavano maledettamente, eppure bisognava passare a gruppi… alla svelta, perché il posto era bersaglio continuo dell’artiglieria e la roccia volava nell’aria in mille frantumi, con sibili acutissimi. Passai, seguito da Degano e Cola, poi il plotone; respirammo di sollievo. Avanzando, incontrammo alcuni feriti della Scuola di Alpinismo; mi avvicinai e ad uno di essi rivolsi qualche domanda; mi rispose volgendomi le spalle; gli dissi di girarsi e vidi che brancolava inciampando: era ferito agli occhi ed era cieco; lo rincuorai e gli regalai qualche sigaretta e dello zucchero, mi ringraziò augurandomi buona fortuna, povero ragazzo! Appresi che la sua compagnia era stata in parte travolta da una valanga staccatasi sotto l’Aiguille di Trelatete. Proseguimmo lentamente. Gli uomini mi seguivano faticando sotto il peso degli zaini e delle armi; incominciò a nevischiare mentre la nebbia continuava ad abbassarsi. Tutt’intorno era un susseguirsi incessante di cannonate che scoppiavano nella neve sollevando zampilli di fango; sulle nostre teste, ogni quando, raffiche di mitraglia: gli Chasseurs des Alpes, annidati chissà dove, cercavano di colpirci, ma erano deboli tentativi di disturbo che non avevano effetto. Non facemmo nemmeno più caso anche perché il bombardamento dei forti, in certi momenti, era talmente assordante che copriva ogni altro rumore: proprio il caso di dire: “ Orecchio non ode, cuore non duole!”. Finalmente mi ricollegai col capitano Marchi; con lui c’erano Zurla, De Nardo, Zanchi, d il dottore; facemmo un controllo: nessun mancante, nessun ferito: aveva quasi del miracoloso! Il capitano radunò la compagnia sotto un costone, poi mandò una staffetta al Comando di Battaglione; l’alpino partì veloce, sicuro, camminando curvo, il fango delle esplosioni lo annaffiò una, due, tre volte; continuò imperterrito, scomparve: “È in gamba Martinelli”, pensai “Signore Iddio, proteggilo!”. Sopra al costone, a qualche centinaio di metri, la 46 e la 48 mossero all’attacco: un rosario interminabile di mitragliatrici che crepitavano furiosamente; poco dopo uscimmo anche noi; il plotone per plotone percorremmo di corsa il tratto allo scoperto; forse i francesi avevano già abbandonato la posizione perché non spararono più. L’artiglieria e i mortai invece sempre la solita solfa! Sulla nuova posizione incontrai Gianni Fischetti col suo plotone della 50 dell’Edolo, mi parlò di aver fatto “naja spessa” e mi offerse delle Caporal, preda bellica. Zipper mi mostrò il calcio della pistola ammaccato da una pallottola ed il suo cinturone pieno di graffiature. Meccanicamente feci il primo torto al cappello alpino e lo coprii con l’elmetto! Pioveva ed annottava; tirammo i teli e ci ficcammo al relativo riparo; Zurla mi ricordò di non aver mangiato da 24 ore; credevo di aver delle zollette di zucchero ma nelle tasche non trovai altro che poltiglia appiccicosa mista a polvere ed a tabacco! Una notte nerissima! Non si vedeva ad un centimetro di distanza; la pioggia batteva sul telo, sotto la schiena l’acqua filtrava scorrendo con rumore monotono, qualche colpo di mortaio rintronò cupo nella valle des Glaciers. Mi svegliai intorpidito, battendo i denti per il freddo; i ragazzi ficcarono la testa nell’apertura a finestrella del telo: così ingualdrappati riuscivano a ripararsi notevolmente dalla pioggia. Riprendemmo ad avanzare a mezza costa per aggirare i fortini di Valle des Glaciers. I francesi ci perseguitavano col fuoco di sbarramento delle loro artiglierie; tutto intorno era un susseguirsi ininterrotto di esplosioni, la terra tremava, l’aria era solcata da sibili acuti ed incessanti. Il capitano ordinò di tener pronte le mitragliatrici, eravamo a breve distanza dalla prima cinta di fortini; più a valle, l’Eolo, attaccava rabbiosamente: vedemmo dei puntini neri che attraversavano correndo un ponticello; uno di essi stramazzò proprio al centro, dal fortino uscirono pochi francesi con le mani alzate. Poi la nebbia infittì e non vedemmo più nulla. Arrivò una staffetta del Comando di Battaglione per chiamare Marchi a rapporto; addossati sotto uno sperone roccioso lo vedemmo scomparire nella nebbia seguito dagli esploratori che saltabeccavano come camosci. Nell’ attesa divisi col mio plotone le ultimi sigarette; fumavamo appoggiati alla roccia, la pioggia batteva tintinnando sugli elmetti, una goccia cadde sulla mia sigaretta, si allargò sulla carta, facendo crepitare la brace; Gotti mi chiese se saremmo andati all’attacco: “Credo di si” risposi “ sta in gamba!”. Incominciò a nevicare: una neve bagnata e pesante, che infradiciava, larghi fiocchi sfarfallati quietamente che rendevano ancora più lattiginosa la nebbia che ci circondava. Il capitano ritornò e ci chiamò a rapporto; l’ordine era di avanzare il più possibile prima che sopraggiungesse l’armistizio che sembrava imminente; riprendemmo il cammino, tenendoci sempre in quota per evitare la prima cintura di difesa e per penetrare maggiormente in profondità; gli alpini erano stanchi, affamati, intirizziti, eppure non si lamentavano. Marciavano lenti su quel terreno impervio, sotto l’imperversare dei grossi calibri nemici che da Col du Bonhomme scaraventavano un uragano di ferro e di fuoco. Avanzammo fino a notte, poi l’oscurità ci avvolse e sostammo in mezzo alla neve; nessuno dormì il freddo, la fame, la posizione impossibile, l’ansia dell’attacco, la speranza dell’armistizio: tutte cose che non lasciavano un momento di martoriare il corpo e la mente. Ogni cinque minuti accendevo un cerino per guardare l’orologio: il tempo sembrava essersi fermato, i minuti eran diventati ore, le ore secoli! Sfregai l’ultimo fiammifero: era la 1,35: un attimo dopo un boato lacerò l’aria, poi uno scoppio assordante, vicinissimo, il telo tenda che mi riparava mi cadde addosso; delle urla, poi silenzio! Qualcuno fece luce: una scheggia aveva spaccato l’alpenstock che reggeva il telo, il troncone giaceva al mio fianco; due palmi più bassa e il mio testone scoppiava come un cocomero. Attesi per udire altri colpi di partenza: nulla, silenzio assoluto; trascorse un’ora, due: sempre silenzio: la montagna era muta, immobile, la neve era cessata. Albeggiò; eravamo pronti per l’attacco, gli alpini mi interrogavano con lo sguardo; qualcuno, tra i più giovani, era pallido. Grida concitate salirono dal fondo della valle; un portaordini giunse trafelato: “ Cessate il fuoco! Armistizio! Armistizio!”. Saremmo fuori dalle rocce: “Armistizio! Armistizio!”. Gli alpini gridavano di gioia! Zurla mi abbracciò, i suoi baffoni erano fradici, girati all’ingiù, era letteralmente coperto di fango; stava incontrando la corvé dei viveri e delle munizioni, verso mezzanotte, quando fu ingabbiato da una scarica di artiglieria: è vivo per miracolo! Purtroppo tra i conducenti della corvé, partiti Col de la Seigne coi materiali in spalla, vi furono dei feriti ed uno cadde! Scendemmo verso Seloge; il maggiore Loffredo ci accolse sorridendo: “L’ hai scampata bella! “ disse al capitano Marchi. Riprese a piovere; entrammo in una baita, forzando la porta, finalmente all’asciutto! Ci sistemammo: gli ufficiali in cucina, il resto nelle altre stanze e nel fienile; coi viveri, finalmente arrivati, ed il caminetto creammo un angolo di paradiso. Gli Alpini, dopo un po’ di baccano, s’acquietarono; uscii all’aperto per disporre il servizio di sentinella: la luna faceva capolino tra le nubi, l’Aiguille di Trelatête mi sovrastava, candida, snella, scintillante. Rientrai, mi sdraiai in cucina per terra; il capitano Marchi ronfava in un angolo, il dottore bofonchiava rivoltandosi nel sonno, sul duro pavimento; l’aria della stanza era calda e gravida di odori. Toni Zurla era sveglio, al mio fianco. “ Toni, abbiamo vinto!” gli dissi. “ Con la Francia e per ora sì!” mi rispose “ Bella fadiga!”. Gli occhi mi si appesantirono e mi addormentai! |
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