| |
|
R A C C O N T I (dei combattenti del "Tirano") |
|
Il disastro , come sempre , dipese dalla impreparazione e dall’incoscienza dei comandi : anche lì , come dappertutto , doveva esserci il buono e il cattivo . Quei poveri fanti che incontrai su quota 228 – i resti di un battaglione della Sforzesca – con i lunghi fucili ’91 avevano il destino segnato : non potevano che scappare . Al primo controllo medico mi dissero : “ La ferita va bene . Hai bisogno di cure per la distensione del braccio , massaggi ed applicazioni elettriche . Andrai a Dnepropetrovsk : là fanno lavori di rifinitura . “ Un’autoambulanza mi portò alla stazione di Jasinovataja . Avevo per compagni d’avventura un ferito addominale con nefrite , due operati di appendicite , uno di emorroidi , ed il tenente Agati con una gamba ingessata . Girammo da un treno ospedale all’altro . Finalmente al comando stazione dissero di aver capito qual era la nostra tradotta . Saremmo partiti alle 22 . Sul treno avremmo trovato un perfetto servizio di vettovagliamento . Ci accompagnarono lungo una tradotta tedesca . Pioveva , il braccio mi doleva . Anche i miei compagni di viaggio si trascinavano . Nel buio la tradotta sembrava vuota . Era piena di truppa che tornava dal fronte , tutti tedeschi . Un kruko maledetto , cominciò ad urlare . La mia cassetta gli dava noia ; la buttò dal treno . Con il mio braccio ferito mi era impossibile reagire . Maledii i tedeschi , maledii la guerra , la mia guerra . Viaggiammo ventiquattro ore consecutive , con i tedeschi che mangiavano pane bianco , marmellata , tonno ; che nelle stazioni avevano il caffè caldo . Noi , contavamo i pasti che saltavamo . La sera del 18 Ottobre , quando al comando stazione di Dnepropetrovsk finalmente mangiammo pane , marmellata ,, formaggio , non finivamo più di ringraziare . Era un po’ come se avessimo incontrato , finalmente , qualche italiano onesto . Con un camion ci portarono nella parte alta della città , nel convalescenziario della 8° armata . Non era un convalescenziario , un centro di supernutrimento e rifinitura” per i feriti meno gravi e recuperabili : era un manicomio squallido e disorganizzato . Per cominciare , ci negarono la cena ; anche il comando stazione di Dnepropetrovsk ci aveva fregati : dalla nostra cartella clinica risultava , infatti , che avevamo consumato un pasto completo . Qui rubavano addirittura a carte scoperte .Mancava il pane ; vino e latte non se ne vedeva. I piantoni rubavano sulle nostre razioni , per fare soldi . E come se non bastasse , con il pane ed il resto che ci rubavano , ottenevano , dai civili russi , dozzine di uova che ci vendevano a borsa nera . Affinché mi medicassero la ferita pagavo gli infermieri con pacchetti di sigarette . Dal convalescenziario partivano due strade : una per l’Italia , l’altra per il fronte . A tacere , a subire con rassegnazione , non si comprometteva il rimpatrio . A imprecare , a denunciare , si restava isolati . Io non pensavo al rimpatrio . La mia vita , malgrado tutto , era in linea , al fronte , con i miei compagni ; per loro avrei ancora dato il meglio di me stesso . Provai a chiedere rapporto , ogni giorno . Volevo la mia razione non alleggerita dalle ruberie di rito , volevo un po’ di libera uscita . Un vecchio colonnello , con i gradi così grossi che gli coprivano le maniche fin quasi al gomito , era solito sentire le mie proteste senza fiatare . Sembrava un sordo . Finito che avevo di parlare , mi metteva sull’attenti e partiva all’attacco : secondo lui al convalescenziario tutto funzionava perfettamente , ero un ufficiale indisciplinato , perciò niente “doppia razione” , niente libera uscita . Un mattino arrivò la commissione medica . La presiedeva proprio il colonnello con i gradi grossi . Guardarono la ferita , si accorsero che perdeva ancora sangue . Mi dissero di restare al convalescenziario per altri quindici giorni . Poi , forse , mi avrebbero spedito in Italia . Domandai di raggiungere subito il mio reparto in linea. “Ma tu hai qualche conto da aggiustare con i russi”, mi disse il colonnello dei gradi grossi, ed il suo sguardo era quasi furbo, di chi capisce in ritardo. No. I conti li dovevo aggiustare con le retrovie. Ero stanco degli ospedali, del convalescenziario, degli imboscati, di tutto un mondo falso e corrotto. Se non mi mollavano con le buone, me ne sarei andato di prepotenza, sarei tornato in linea a cercare un po’ d’aria pulita. La sera stessa lasciai Dnepropetrovsk, scappando come un disertore. Con mezzi di fortuna, un po’ di treno, un po’ d’autocarro, passando da un comando tappa all’altro, il 18 novembre raggiunsi il comando del Tirano, in zona Belogore. Nevicava. L’aria era pulita, aria di casa nostra, di famiglia. Un’ora di marcia ed arrivai sul Don, Belogore. Il migliore convalescenziario era in linea, con la 46. Sul Don la situazione non era allegra. Il corpo d’armata alpino, spinto tutto in avanti, formava lungo il fiume una siepe fragile e sottile. Nei punti più vulnerabili, modesti capisaldi rompevano lo schieramento filiforme del fronte. Alle nostre spalle, nulla. Bastava un colpo d’occhio per rendersi conto che Belogore era un punto vulnerabile. Nel nostro settore, infatti, la sponda alta del Don s’interrompeva, lasciando che la piana e le isbe del villaggio corressero fino al fiume come un torrente. Con il Don ghiacciato e transitabile, dovevamo guardare mille metri e più di linea, in piano, come se fossimo stati nella steppa. Soltanto il caposaldo Madonna, sulla sinistra, offriva buone possibilità di resistenza: era ancorato sull’ultimo tratto di sponda alta, come su un muro, e non sarebbe caduto che per accerchiamento. Mancavamo di armi anticarro ; era questo il nostro dramma . Avevamo i 47/32 , ma non servivano a nulla . Se un nostro generale , con un po’ di buona volontà , avesse tentato di sfondare un muro a zuccate , certamente vi sarebbe riuscito : bucare un carro armato con il 47/32 era , invece , impossibile . I proiettili rimbalzavano sulle corazze senza scalfirle . I mortai da 81 avevano i colpi contati : come su quota 228 , per sparare occorreva l’autorizzazione del comando reggimento . Le mitragliatrici e i mitragliatori , senza olio , s’inceppavano . Le munizioni non erano abbondanti e dovevamo sprecarle per provare le armi . Lungo il margine del fiume , a tre passi dai reticolati , prima ancora dell’inverno , i tedeschi e gli ungheresi avevano seminato centinaia di mine a strappo e a pressione . Mancavamo però del piano minato ; così , uscendo di pattuglia , il rischio maggiore era di saltare in aria fra le nostre stesse linee . Tre pezzi anticarro di preda russa , sparsi nella piana , avevano pochi colpi . Soltanto due pezzi da 75/38 , avuti in prestito , ci davano un po’ di coraggio . L’artiglieria alpina , con i 75/13 , non era lontana , ma non sparava che nelle grandi occasioni . I suoi proiettili salivano altissimi nel cielo , superando a malapena la pista ghiacciata del Don . Non mancavano vanghe , badili , braccia per scavare . Fra trincee , era un modo per non pensare , per dimenticare . L’organico della nostra compagnia era al completo : 346 alpini . Otto squadre fucilieri , 2 mitraglieri , 2 mortai da 81 a Madonna ; 12 squadre fucilieri , 15 mitraglieri , 12 anticarro da 47/32 , 6 mortai da 81 , 2 anticarro da 75/38 , 3 anticarro di preda russa nella piana . Non tardai ad ambientarmi . In pochi giorni di linea tutto mi divenne famigliare , anche il villaggio sotterraneo di grotte e camminamenti . Soltanto gli alpini mi restavano estranei , non li riconoscevo più , erano invecchiati . La colpa peggiore del fascismo non è di aver tradito la generazione del littorio , di aver tradito noi che gridavamo “viva la guerra , viva il duce” . E’ di aver tradito questi poveri cristi , a cui la guerra era caduta sulle spalle come un’epidemia . L’equipaggiamento ormai era logoro . Alcuni indossavano la divisa di tela , quella dei campi estivi , con su il cappotto con pelliccia . I più fortunati , una dozzina in tutta la compagnia , avevano le scarpe risuolate di nuovo , con i ritagli di gomma strappati ai camion russi abbandonati . Gli altri perdevano le scarpe a pezzi . Per i servizi di vedetta disponevamo di poche paia di calzari ,dalle spesse suole di legno e dal gambale di tela . Il cambio avveniva allo scoperto , ed era laborioso perché le scarpe , gelate , non si staccavano . Pochi camicioni di tela bianca rendevano gli alpini simili a fantasmi : nessuno voleva indossarli , tanto erano goffi e ingombranti . Il vitto era scarsissimo . Quattro tubi con carne al mattino , quattro tubi senza carne alla sera . Una volta alla settimana , pastasciutta mal condita ; due volte alla settimana , un bicchiere di vino che si schiariva nel ghiaccio come inchiostro . Cognac , non se ne vedeva mai . Le notti cominciavano presto , alle 16 era già buio . Chi non scavava era di guardia sui balconcini scoperti a guardare il fiume , a gelare . Intanto , a tre metri dal camminamento , i guastatori stendevano i reticolati . Le mitragliatrici restavano nei buncher , accanto al fuoco , a immagazzinare calore , affinché il gelo non le inchiodasse : mancava l’olio , e le armi asciutte sparavano solo se calde . A volte , quando il freddo scendeva sotto i 30 gradi , i fili di ferro vibravano come cose vive, i paletti dei reticolati si spaccavano . Si passava allora da un allarme all’altro , tutti in linea , fino all’alba , a gelare . Bestemmiando , maledicendo la “naja” per non maledire la patria , cantando le canzoni più proibite – anche la Canzone del disertore cantavamo – i giorni scorrevano lenti , monotoni, tutti uguali . Al domani era meglio non pensare . Ai primi di Dicembre Radio Scarpa cominciò a parlare dell’offensiva russa imminente . Dai comandi arrivò l’ordine di scavare a gran forza , di costruire altri buncher e trincee . Il pericolo più grave era che i russi attaccassero con carri armati . La “porta di Belogore” - così i comandi avevano battezzato il nostro tratto di linea – era una “porta” aperta , senza battenti . Un mattino apprendemmo che dall’Italia erano giunti i “proiettili” E . P “ , o più semplicemente i “P” . Ne parlammo a lungo in linea , tanto ci sembrava impossibile che Roma si fosse ricordata di noi . I nuovi proiettili del 47/32 , in Italia, pare avessero bucato carrozze spesse così . Il “così” variava . I più ottimisti dicevano che i nuovi proiettili avrebbero bucato anche le blindature in cemento armato delle forze mobili russe . I pessimisti , invece , insistevano nel dire che i “P” , come i vecchi proiettili , non avrebbero bucato che i carri armati italiani . Stalingrado ed il nostro fronte a sud stavano per cedere . Per collaudare nuovi proiettili era un po’ tardi , ma meglio tardi che mai. Il collaudo avvenne proprio a Belogore . Noi dalle linee guardavamo . A bocce ferme , i colonnelli spararono tutti i “P” contro un malinconico carro armato russo , abbandonato nella nostra piana fin dai tempi della guerra di movimento . Niente . Le corazze restarono intatte , i proiettili schizzavano lontani come uccelli impazziti. Si disse che la colpa era dell’angolo d’impatto ; si pensò di dare inizio ad un grande fosso anticarro . Come unico risultato , con tutto quel fracasso le linee russe si risvegliarono . Il 12 Dicembre la katiuscia cominciò a sparare . Il cielo diventò rosso , di fuoco ; dopo quattro raffiche il villaggio era un incendio . Zaccardo raggiunse Belogore , allarmatissimo . Afferrò il telefono , diede la sveglia al comando divisione . Era pessimista , Zaccardo , sentiva che il fronte stava crollando . Con noi , ne parlava a carte scoperte : “E’ questione di giorni , - diceva , - poi comincerà l’avventura “ Le sue previsioni apocalittiche ci angosciavano . Sapevamo che la situazione era grave , che non bastava lavorare giorno e notte al fosso anticarro di Belogore , per salvare il fronte . Sentivamo la steppa alle spalle , con le lontane retrovie pronte a squagliarsi . Ma non volevamo pensare al peggio , per non mollare . Se parlavamo dell’ultimo alpino morto , Zaccardo piangeva . Trent’anni di vita militare non gli avevano indurito ne il cervello ne il cuore . Quel giorno , prima di lasciare Belogore , ci raccontò l’ultima barzelletta , una barzelletta poco allegra , che ci lasciò la bocca amara : al battaglione Tirano era appena giunta una curiosa circolare degli alti comandi . Oggetto : “guerra ai topi” . La guerra doveva iniziare subito , i reparti erano autorizzati a corrispondere due lire di premio ogni dieci topi catturati. Non si chiedeva di allegare i topi alla contabilità , come pezze giustificative . Al Tirano il gioco aveva già avuto inizio . Con dieci topi , sempre gli stessi , gli alpini del comando battaglione ricevevano a turno le due lire di premio . La notte del 23 Dicembre la katiuscia riprese a tuonare . Sparammo fino all’alba , come in un vero combattimento . comandavo da pochi giorni il caposaldo Madonna e su in alto mi sentivo abbastanza al sicuro . La mia ferita era ancora aperta , ma riuscivo a non pensare alle retrovie , a non pensare al peggio . Il disastro era nell’aria . Radio Scarpa insisteva nel dire che la ferrovia Rossosk-Milerovo era interrotta , la posta non arrivava . I nostri comandi ci tranquillizzavano . Al grande fosso anticarro di Belogore , ormai , venivano a scavare anche i conducenti e gli artiglieri . La piana era immensa e più i giorni passavano , più le notizie si facevano nere , più la sezione del fosso veniva ridotta . Così , mentre il primo tratto iniziato dopo il disgraziato collaudo dei proiettili “P” , sembrava un canale , il resto non era che una modesta roggia . Il 3 Gennaio , finalmente , arrivò la posta e la situazione apparve più serena . Il comando divisione volle quattro alpini per ogni compagnia , per organizzare un plotone di “cacciatori anticarri” . La scuola era sempre la stessa , aspettare i carri armati e aggredirli con bottiglie di benzina e bombe a mano . Ormai i russi erano alle nostre spalle , e noi l’ignoravamo . A sud , le divisioni italiane erano in fuga fin dal 16 Dicembre . Il 9 Gennaio Radio Scarpa segnalò che la Julia aveva subito gravi perdite , che i nostri magazzini di Kantemirovka , pieni di scarpe e di cappotti con pelliccia , erano stati incendiati : i quattro ufficiali italiani responsabili dell’incendio , fucilati . Anche il XXXV° corpo dell’armata aveva subito perdite ingentissime : l’offensiva russa era contenuta . Nella notte guardammo sfilare , al di là del Don , una interminabile processione . Le colonne motorizzate e corazzate russe , come un’immensa fiaccolata , marciavano verso sud a fari accesi . La nostra aviazione non comparve . Mai visto un aereo italiano se non nelle lontane retrovie . La nostra artiglieria non sparò un solo colpo . Per raggiungere l’obiettivo , i 75/13 avrebbero dovuto schierarsi almeno sul Don . All’alba del 14 Gennaio il rumorio delle colonne russe in marcia si perse nel tambureggiare di ignote artiglierie . Nelle nostre tane , la terra cominciò a franare . Radio Scarpa segnalò che gli ungheresi , schierati a nord della Tridentina , impegnati in duri combattimenti , resistevano . Il 15 Gennaio gli ungheresi , in punta di piedi , abbandonarono il fronte . Nello stesso giorno una colonna corazzata russa piombò su Rossosk , sul comando del nostro corpo d’armata alpino , seminando il panico . Il generale Nasci dovette puntare verso est , verso il Don , per salvarsi . Nelle nostre lontane retrovie non c’erano che russi . I tedeschi , intanto , rubavano , a mano armata , automezzi e carburanti italiani e scappavano . Al riguardo si disse che il generale Gariboldi avesse aperto un’inchiesta ! A sera corse voce che dovevamo smistare all’indietro i materiali , proprio tutti , anche le armi e le stufe di postazione , come per un normale trasferimento . I conducenti rientrarono alle loro basi , noi passammo da un allarme all’altro . Il freddo era sotto i 40 gradi . Con l’alba del 16 Gennaio tornai nel baracchino , ma non riuscii a dormire . Il tuono infernale delle artiglierie dell’Edolo toglieva il respiro . Se sparavano le nostre artiglierie , la situazione doveva essere disperata . Dal comando compagnia arrivò un ordine strano : ogni alpino doveva fabbricarsi una slitta con mezzi di fortuna . Cominciarono le corveès legna verso Belogore : con quattro assi e quattro chiodi uscirono fuori slitte che sembravano sgabelli . Eravamo soli ormai , soli in un immenso mare di neve , abbandonati da tutti . L’ordine di Hitler , di non abbandonare il Don , l’avevamo eseguito fino in fondo . Al di là del Don , i russi non avevano lasciato che un sottile velo di copertura : tutto il resto era finito alle nostre spalle ! II . La ritirata sul fronte russo ( 16 Gennaio – 10 Marzo 1943 ) 16 Gennaio Telefona Grandi . Devo scendere subito alle “case rosse” ; con lo zaino , perché non tornerò più a Madonna … Sul Don tutto è apparentemente fermo , nel primo buio , nel freddo , nel silenzio . Nel baracchino sotterraneo della 46 incontro Grandi , il capitano Panzeri dell’82° divisionale ed altri ufficiali . Ambiente pesante : carte topografiche e fogli sparsi , un lumino ad olio che funziona male , aria di chiuso e fumo di sigarette . Il telefono chiama senza sosta . Grandi , il miglior comandante di uomini che abbia mai conosciuto , è mal ridotto di salute , è stanco . Ha perduto il tono spregiudicato di chi va in guerra con due sacchi , uno per darle , l’altro per prenderle senza pensarci troppo su . Anche su quota 228 , anche nel vivo del combattimento , era solito accogliermi rumorosamente , alla “Taras Bulba” , come diceva lui . Stasera invece non parla , è triste . Da un foglio dattiloscritto dal comando battaglione apprendo che , la sera del 17 Gennaio , il grosso della divisione dovrà ripiegare sulla “linea prestabilita di Podgornoe” . “Recuperare tutte le munizioni , i telefoni , le linee telefoniche , le stufe di postazione [ che idea!] , gli attrezzi da zappatore che a Podgornoe saranno preziosissimi . Un’aliquota dei reparti [ un terzo della forza in postazione ] resterà in linea fino ad ordine dei superiori comandi , per mascherare il ripiegamento del grosso” . Il peggio sarà restare a Belogore con il “mascheramento”! Da come Grandi mi guarda , sento che toccherà a me . Grandi conosce il mio passato , conosce le mie condizioni di salute . Aveva scelto Perego , ma Perego non si regge in piedi , dovrò sostituirlo . Incasso con rassegnazione ; riesco ancora a pensare al meglio . Mettiamo giù la forza che resterà a Belogore , 87 alpini su 346 : 3 squadre fucilieri a Madonna , 3 squadre fucilieri e due cannoni anticarro da 47/32 nella piana . A mezzanotte le telefonate continuano , come se i comandi avessero fretta di dire tutto , prima che le linee vengano ripiegate . Zaccardo ha la febbre altissima e delira ; nella notte verrà a sostituirlo il maggiore Taccagno del comando reggimento . Mi sdraio sul divano di Grandi . Sono stanco , snervato dovrei riposare nelle poche ore che rimangono . Non riesco a non fumare . 17 Gennaio Di buon mattino raggiungo Tresenda , nel settore di centro della “porta di Belogore” . Con Perego e DeFilippis mi oriento nella sistemazione difensiva della oiana , poi torno alle “case rosse” . Mangio quel poco che c’è , le cucine sono già ripiegate . Mentre la compagnia inizia i preparativi per la partenza seguo con lo sguardo lo schieramento della 46 . In alto , sullo sperone di sinistra, il caposaldo Madonna : poi la piana e Tresenda . Lungo lo sperone di destra la 48 . È un fronte molto ampio , estremamente vulnerabile . Nella situazione in cui verrò a trovarmi , i collegamenti sarebbero preziosissimi . Ieri notte ho chiesto al comando battaglione almeno un telefono tra Tresenda e Madonna .Slataper , l’ufficiale del Tirano addetto ai collegamenti , mi ha risposto che l’ordine di recuperare tutte le linee telefoniche è categorico , che nessuna eccezione è possibile . Con tre squadre di fucilieri buttate lassù , a Madonna , la situazione non sarà allegra . Consegno al sergente Robustelli una pistola Verj con quattro razzi : se a Madonna la situazione sarà disperata li sparerà tutti . Alle 14 lascio le “case rosse” , per raggiungere definitivamente Tresenda . Incontro grandi che rientra dalle linee . Mi abbraccia , è stranamente espansivo . Ovunque c’è movimento, i pochi che restano si perdono tra i molti che partono . Alle 15,30 comincia ad imbrunire . Sento troppo baccano . Il freddo è intenso , sui 35 gradi sotto zero . Tutto fa rumore , gli slittini che viaggiano , il vociare degli uomini , il succedersi degli ordini ; anche a camminare sulla neve ghiacciata si fa rumore . Avrei dovuto avere una radio , per collegarmi con il comando di mascheramento del battaglione ; poi era venuto il contrordine . Due telefonisti cominciano a stendere una nuova linea telefonica fra Tresenda e la 48 . Alle 16 , con il buio , le squadre abbandonano le postazioni di linea , raggiungono la “piazzetta del carro armato “ . I buncher si vuotano . Guardo gli alpini che se ne vanno . E’ triste vederli partire . La linea si alleggerisce tremendamente ; soltanto il Don ci dividerà dai russi . In caso di attacco dovremo sacrificarci dal primo all’ultimo , per concludere ben poco . Sono spariti quaranta metri della linea telefonica appena stesa ; ne hanno fatti tiranti per le slitte . Così , fino alle 20 , nemmeno l’unico collegamento potrà funzionare . Dopo le notti bianche di Madonna e di “ case rosse “ prevedo un’altra notte bianca a Tresenda . Forse a Podgornoe incontreremo il nuovo fronte , forse esistono per davvero l’armata tedesca e il corpo d’armata ucraino di rincalzo . Quante cose dovrò dirmi stanotte per farmi coraggio ! Il freddo è sempre molto intenso . Fuori del comando un alpino di guardia è collegato a vista con Madonna : attende le segnalazioni di allarme . In linea incontro i sottotenenti Darè e Belgrano , poi Pilis e Paride . Tutto è tranquillo . Le stufe sono accese , anche quelle dei buncher abbandonati . E’ necessario che dai boschi di Pavlovsk vedano che i tubi fumano . Le armi hanno l’ordine di sparare a tratti , come se l’alleggerimento non fosse avvenuto , come se le provassimo in una notte normale . Si finge di disincepparle dal gelo , spostandole nei buncher vuoti , lungo tutta la linea . Far credere che lo schieramento è ancora intatto non è facile . Abbiamo soltanto fucili mitragliatori e l’aria del Don ci tradisce : in quest’aria sottile le raffiche di mitragliatore hanno un suono diverso dalle raffiche di mitraglia . Verso le 18 torno a Tresenda , nel bracchino sotterraneo . Un colpo di artiglieria , vicinissimo , in arrivo , mi fa uscir fuori di volo . E’ una nostra batteria che spara una quarantina di colpi in tutto . Coppi vicini , metallici , fortissimi . Crederanno di sperare sulle linee russe ! Altra novità . Sul rovescio del Val Chiese bruciano cinque o sei isbe piene di munizioni e bombe a mano . Gli incendi e le vampe sono visibilissimi dalle linee russe , gli scoppi numerosi e violenti . Una staffetta della 48 arriva con un foglio del capitano Frascoli . Purtroppo la linea telefonica è ancora interrotta . Mangio senza appetito una pastasciutta di tubi e scatoletta . Ho un gran bisogno di riposo , la situazione mi tiene sveglio . Alle 20 la linea telefonica è riattivata . Mi collego con Frascoli e ricevo risposta . Nessuna novità . Spero di far passare il tempo sfogliando qualche libro , ma il tempo non vuol passare . Alle 21 torno in linea . Ultime disposizioni . Finalmente alle 23 Frascoli segnala che il ripiegamento inizierà domani alle 4 . E’ una buona notizia che mi rialza il morale . Negli attimi di maggiore pessimismo avevo pensato che i superiori comandi potessero dimenticarsi di noi . Spedisco le staffette con gli ordini di ripiegamento . Il caposaldo Madonna , più lontano , ripiegherà alle 3,45 . Quando la pattuglia Marchetti mi segnalerà l’arrivo di Madonna alle “ case rosse “ . farò ripiegare la piana . Le stufe di postazione dovranno essere piene e accese . Massimo silenzio . Torno in linea . Lontano , dall’ansa del Don , i cecchini sparano . Le nostre armi automatiche , sempre in movimento da una postazione all’altra , rispondono con brevi raffiche . Il 16 Gennaio i russi hanno attaccato l’Edolo , nella piana di Basovka . Se tentassero stanotte anche a Belogore ? I russi conoscono la situazione disperata del corpo d’armata alpino . |
PAGINA 31
1
- 2 - 3 -
4 - 5 - 6
- 7 - 8 -
9 - 10 -
11 - 12
- 13 - 14
- 15 - 16
- 17 - 18
- 19 - 20
21
- 22
- 23
- 24 - 25
- 26 - 27
- 28 - 29
- 30 - 31-
32 - 33
- 34 - 35
- 36 - 37- 38 - 39 - 40
41 - 42 - 43 - 44 - 45 - 46 - 47 - 48 - 49 - 50 - 51 - 52 - 53 - 54 - 55 - 56 - 57 - 58 - 59 - 60