R A C C O N T I (dei combattenti del "Tirano")


S.ten. Nuto Revelli (La guerra dei poveri - 5^ Parte)

Dopo la salita ci affacciamo ad una piana immensa. Nei campi non si affonda più, la colonna trova sfogo, diventa una fascia nera, larga un centinaio di metri. A Podgornoe abbiamo buttato gli zaini. Ognuno è rimasto con una coperta, il fucile, qualche caricatore, qualche bomba a mano. Superiamo molte colonne. Camminiamo piegati in due, ma con la testa rivolta in su, per guardare, per non perdere i collegamenti, per tenerci sotto. La neve è farinosa, ogni passo vuole la sua fatica. Verso le 13 raggiungiamo un gruppo di isbe. Molte colonne ferme, affiancate. Il Tirano è fermo, duecento metri avanti. Apprendiamo che presto rifarà la strada in senso inverso con il 5° alpini e con i resti della Vicenza, per seguire un itinerario riservato ai reparti organici. Ci sentiamo meno soli, meno sbandati. Il freddo è molto intenso, si gela. Autisti che incendiano una colonna di autocarrette. Donne russe, lontano, nella piana, raccolgono il vestiario buttato e l’infilano nei sacchi. Sfila il Tirano. Una slitta è carica di congelati: c’è su anche un comandante di compagnia, con i piedi ormai morti. Corre voce che il 6° alpini, autotrasportato, abbia seguito un altro itinerario: prima di notte dovrebbe essere già fuori della sacca, dietro le nuove linee tedesche. Abbandoniamo la pista principale, ci spostiamo decisamente sulla sinistra, seguiamo altre colonne composte anch’esse di reparti quasi organici. E’ la prima volta che assistiamo ad un’operazione di smistamento: presto ci renderemo conto che, quando vogliono far avanzare i reparti organici, è per combattere. Su per una lunga salita stiamo per raggiungere le colonne che ci precedono. All’improvviso due colpi di autocarro fischiano bassi sulle nostre teste. Penso alla mia borsa portacarte; è quanto mi è rimasto di più caro:anche ferito gravemente riuscirei a far sparire il mio diario e le fotografie di Annetta. Una nostra batteria anticarro apre il fuoco alle spalle. I soliti “squadristi”, credendoli colpi in arrivo, si tuffano. I più fifoni si trincerano addirittura dietro le slitte, o scavano buchette nelle neve come i tedeschi. Intanto, all’orizzonte, sull’ampio ciglio, le squadre dell’Edolo, aperte a scacchiera, vanno all’attacco. Sono piccoli alpini, sembrano lontanissimi tanto affondano nella neve. Altri colpi in arrivo, di mortaio e di autocarro. I primi morti, i primi feriti. Fragore di carri armati e incendi in cresta. Tocca al Tirano. La voce è partita da lassù, dove si combatte, è corsa lungo la colonna, diventa un grido: “Tirano avanti”. Tentiamo di riunire la compagnia. Chi fa il morto, chi se la squaglia. Come al solito, raccogliamo i volontari del combattimento. Grandi è già avanti. Nel buio superiamo le colonne, raggiungiamo l’incendio in cresta. Attorno al carro armato russo, che sta bruciando, una decina di tedeschi morti, con le tute macchiate di nero, di sangue. Riceviamo ordini dal nostro maggiore. Puntando su Skororyb la 46 dovrà rastrellare un ampio bosco. La 48 e la 49 ci proteggeranno sui fianchi. Forse, oltre Skororyb, saremo fuori dall’accerchiamento: ci caricheranno sugli autocarri, ci porteranno nelle linee tedesche poco lontane! Robustelli, con due sciatori, ha il compito di collegarci con la 49. E’ il più in gamba e tocca sempre lui pedalare. Avanzano le punte di sicurezza; dietro, i plotoni si aprono a ventaglio. Muoviamo verso un abitato, lo rastrelliamo, lo superiamo. E’ una marcia senza fine, la crosta ghiacciata si rompe ad ogni passo, affondiamo fino al ginocchio. Dopo il bosco, conversione a destra, puntando sugli incendi di Skororyb. Quando raggiungiamo il villaggio siamo stanchi da non poterne più. Incontriamo l’Edolo. Sosta nel freddo intenso. Si gela. Il maggiore va a rapporto, sparisce. Arriva un ordine strano: dovremmo organizzare una sistemazione a difesa lungo gli argini dell’abitato. In situazioni del genere gli ordini pazzeschi, non eseguibili, non si eseguono. Continuano ad affluire decine di migliaia di sbandati, le isbe sono piene, si accendono i primi fuochi di bivacco. Dopo due ore di attesa la compagnia si scioglie; se i russi arriveranno, pazienza. Cerco il comando di battaglione, passo da un’isba all’altra, scavalco un partigiano morto, trovo finalmente gli ufficiali del Tirano in una stanza, ammucchiati, uno sull’altro. M’infilo in un angolino, riesco a far sgelare una scatoletta. Penso al congelamento, vorrei guardarmi i piedi. Mi addormento subito. Nella notte qualcuno muove, cerca un posto, calpesta chi dorme. 20 gennaio Sveglia alle 3, di soprassalto. Grida di “allarme”. Brancoliamo nel buio per vestirci. D’istinto cerco le scarpe. Parte un colpo di pistola, sento un gemito. “Hanno ferito M.”,gridano. Accendono un lume: un tedesco sta infilando la porta, se la squaglia. Si dice che nella notte tre tedeschi si erano infilati nella nostra isba. Un tedesco, al momento dell’allarme, caricando la pistola, avrebbe lasciato partire il colpo mortale per M. Usciamo a cercare i reparti, urliamo nel buio e nel freddo. La 46 riesce ad adunarsi. Attendiamo ordini. Freddo, freddo intenso. A tratti nevischia. Incendi grandi e piccoli, isbe in fiamme e fuochi in bivacco. Mi scaldo accanto al fuoco della 46; faccio sgelare una scatoletta. Ho accanto Perego e Torelli. Arriva Grandi con una borraccia di cognac e la facciamo fuori. “Tirano avanti”. Superiamo le colonne ferme, sfiliamo lungo la reggimentale, scendiamo in una conca interminabile, per i campi. Lontano, all’orizzonte, ometti che muovono lentamente a scacchiera verso un villaggio in fiamme. Gli incendi, nella prima luce dell’alba, sembrano meno rossi. Sul nostro fianco molta gente ferma in una breve macchia di bosco, sbandati volontari o per forza, che attendono via libera. Spara una katiuscia, i colpi piovono sul villaggio. Altri incendi, qualche ometto salta in aria. Le raffiche di katiuscia sono parecchie, centrate e rabbiose. La discesa è terminata , dobbiamo salire . Nella neve si affonda fino al polpaccio . Non abbiamo ordini , non sappiamo se dovremo combattere . Il comando battaglione è assente , non arriva nemmeno una staffetta . Raggiungiamo finalmente il ciglio che da Skororyb appariva all’orizzonte . Stanchi , sfiniti , attraversiamo una breve piana , poi sostiamo attorno ad un grande kolchoz . La stalla è occupata da un reparto di cavalleria . Entro per cercare un po’ di caldo . Un tedesco sta strappando la paglia che chiude una finestra . Urlo , corro verso il tedesco , ma un artigliere alpino mi ferma , con fare deciso . E’ Gino , un vecchio compagno della spensierata vita borghese . Ho tardato a riconoscerlo. Gino è sbandato , non ha più notizie della Cuneese , proseguirà con lo squadrone di cavalleria a cui si è aggregato . Ho un pezzo di pane e lo divido . Ci lasciamo con le lacrime agli occhi , con la speranza di rivederci a casa . Fuori , la 46 si sta radunando . Non troviamo le altre quattro compagnie del Tirano , forse saranno già avanti verso Postojali . Il grosso delle colonne è ancora indietro , a Skororyb , nell’attesa prudente di via libera . Appena in movimento , incontriamo il comando del 5° . Notizie disastrose : il resto del Tirano si è quasi totalmente avvelenato . Mentre noi sostavamo accanto al kolchoz le altre compagnie del battaglione erano radunate poco lontano , a quattro passi da un camion russo abbandonato . Sul camion c’era un recipiente pieno di liquido giallo dolciastro . Un alpino gridò : “ è liquore “ e tutti corsero a bere , anche gli ufficiali . Era liquido anticongelante ! Spettacolo orribile : la piana che ci separa da Postojali appare punteggiata di macchie nere , ferme . Ogni cinque metri c’è un alpino che geme , che rantola . Chi vomita si salva . I più sono paonazzi , si contorcono , cercano , in uno sforzo estremo , la salvezza . Lunga sosta , di oltre un’ora , per attendere che i più si riprendano . Parlo con un capitano , del Pieve di Teco , che comanda una batteria di pezzi anticarro schierata sulla nostra sinistra . Della Cuneese non sa nulla . Grandi , con un gruppo di alpini , sta facendo cerchio attorno a tre ungheresi morti , bucati da pallottole , con il cranio aperto , finiti a colpi di moschetto . Sono senza scarpe , senza calze , duri come statue . Quando riprendiamo il cammino , molti avvelenati si trascinano , barcollando , ma ci seguono . Un centinaio di metri , poi la pista cammina in trincea . Dio che orrore ! E’ il macello del 6 gennaio . Noi eravamo ancora in linea ; qui , i carri armati russi schiacciavano una colonna in marcia . Ungheresi , tedeschi , italiani , una poltiglia di carne , ossa , vestiti . Non basta farsi forza ; gli occhi restano larghi , sbarrati , raccolgono , si riempiono . I più impressionanti sono i senza busto . Il solo tronco è orribile . Chi manca della testa , chi delle gambe , chi ha mezza faccia , chi ha il busto spezzato . E sono tanti ! Un artigliere alpino , steso lungo la pista , intatto com’è , sembra vivo . Mi fermo , mi specchio nel suo volto . Qui , dove pensare agli altri non è umano , trovo stranamente la forza di pensare agli altri . Lo scuoto , rinviene . Due alpini mi aiutano , lo sorreggiamo fino al Postojali . non ho pace finché non lo vedo in mani sicure , con il suo reparto . Nel villaggio i morti sono molti , quasi tutti italiani . Ieri , una nostra colonna motorizzata dei servizi subì un attacco di sorpresa : si contano a dozzine gli autocarri e le autoambulanze sfasciate . Numerosi anche i civili e i partigiani accoppati , fra le isbe . Appena fuori del villaggio , lungo una pista secondaria , due aerei russi mitragliano e spezzonano , da bassissima quota , una colonna di autocarri e salmerie : sbandamento , autocarri in fiamme . La valanga degli sbandati sta affluendo a Postojali . Gli ungheresi , a decine di migliaia , disarmati , sembrano prigionieri . Finalmente riusciamo a togliere la 46 dal freddo e dalla confusione : occupiamo un gruppo di isbe ancora libere . Si dice che presto ripartiremo . Entrano nella nostra isba alcuni ufficiali della Vicenza , un maggiore e i suoi subalterni . Il maggiore è mal ridotto , non ricorda più di aver comandato un battaglione fino a ieri ; dice , piagnucolando , che sua moglie piangerebbe se lo vedesse . Un rumore intenso , come di aerei in picchiata , ci fa balzare fuori . Sta passando un carro armato tedesco , corre verso Scororyb e le colonne si aprono , si sbandano per non essere schiacciate . Dalla torretta un ufficiale kruko punta la pistola sulle colonne , muove il braccio a ventaglio per farsi largo e urla , urla come una belva . Tornati nell’isba troviamo un alpino del “ liquido giallo “ . Gli tastiamo il polso : sembra addormentato , sta morendo . Quando arriva l’ordine di fare l’adunata è giorno . Ormai abbiamo perduto la nozione del tempo : se , uscendo dall’isba , avessi incontrato la notte , non mi sarei stupito . Attorno a due sacchi di scatolette i miei alpini fanno provvista . Arriva anche un sacco di sigarette . Saranno le 13,30 . Corre voce che sia passato un altro carro armato , con sopra il generale Riverberi , e che il generale gridasse : “ Fate largo , che vado avanti ad aprire il varco ! “ . Corre voce che anche il generale Nasci sia scappato con una “ cicogna “ . Non mancano i particolari ; il carro armato di Riverberi sarebbe stato degnamente scortato . Tutte storie . Riverberi è andato avanti , a riconoscere la zona di sfondamento : Nasci è rimasto con noi ed attende inutilmente un collegamento con il comando dell’ 8° armata . Raccolti intorno alle slitte , sul margine della grande pista , attendiamo l’ordine di movimento . Il freddo è atroce , da far impazzire . Da Postojali parte un’immensa scia nera , che si perde all’orizzonte . La punta delle colonne è ferma , ma , dietro , decine di migliaia di disperati spingono , premono per andare avanti . E’ come un groviglio di serpi chiuse in un tubo , file e file di uomini che si urtano ,che si odiano , che non pensano che a salvare la pelle . Le armi sono arrugginite , le munizioni sono poche , i disarmati sono molti : questa massa impazzita non vuole combattere , vuole andare avanti e basta . Sento urlare in tutti i dialetti , è un urlo solo . I tedeschi predominano , la fanno da padroni ; le loro urla sono sigle disumane , dure , metalliche . A Jassino – Vataja , nel lontano ottobre , sentii di non poter più combattere con i tedeschi e per i tedeschi , di poter combattere contro i tedeschi . Era un sentimento intimo , di cui quasi mi vergognavo , poiché la loro guerra era anche la nostra guerra . Oggi , invece , è un odio che mi fa gridare , perché gli alpini morti , per colpa dei tedeschi , dovranno un giorno essere rivendicati . Le colonne continuano a premere , a frammischiarsi , ad urtarsi . Siamo sempre fermi , si gela . Taglio una coperta a strisce , mi fascio i piedi . Salvare i piedi è troppo importante , ho la fortuna di avere ancora le scarpe , anche se la marcia sarà molto , molto più faticosa, I piedi , almeno , saranno salvi . Nella sosta trovo la forza di muovere i piedi di continuo , per provarne la sensibilità , per tener viva la circolazione . Molti hanno già buttato le scarpe : con i piedi avvolti in coperte è come se camminassero scalzi nella neve . I malloppi di coperte , duri come il ghiaccio , non coprono che cancrena . Ci riuniamo noi ufficiali , ci chiediamo se a Roma conoscono la nostra tragedia . Perché non ci salvano ? Piuttosto di sacrificare un’armata , chiedano l’armistizio ! Nasci sarà collegato con il resto dell’armata ? Dove sarà la linea tedesca ? E se tutti hanno tagliato la corda ? Non è venuto un solo aereo a cercarci ; soltanto gli aerei russi ci cercano , per mitragliarci da bassa quota . Forse anche i nostri grandi comandi sono prigionieri di questa situazione . Eravamo ancora sul Don , quando si disse che i tedeschi rubavano a mano armata automezzi e carburanti italiani per compiere fughe organizzate . Gariboldi apriva le inchieste ! Queste , le miserie di cui parliamo nelle interminabili ore di attesa . siamo soli , abbandonati . A guardarci l’un l’altro è come se ci specchiassimo. Una coperta ci copre il capo e le spalle; chi l’ha sacrificata per fasciarsi i piedi, sembra svestito. Verso le 19 la punta delle colonne, lontanissima, è ancora ferma. Ma le colonne continuano a muovere, sono dieci e più, con gli sbandati che s’intromettono e passano dall’una all’altra. Si accendono fuochi di bivacco. Poco lontano hanno pestato una bomba a mano. Un ferito chiede aiuto, nessuno lo soccorre, soltanto il gelo gli sarà amico:morirà nel sonno dell’assideramento senza troppo soffrire. Forse, chi gli è accanto lo trascinerà fuori dalla pista, dalle slitte, dai muli, dalle scarpe chiodate: nulla di più. Di là potrà gridare, urlare, nessuno lo sentirà. Anche noi della 46 abbiamo un fuoco. Mentre faccio sgelare una scatoletta, arriva sulla colonna un aereo russo che mitraglia e spezzona da bassa quota. Bombe e pallottole sull’immensa scia nera, urla di spegnere i fuochi, grida di feriti. I fuochi vengono spenti, ai feriti nessuno pensa. Ho perso la mia scatoletta ed il mio coltellino dal manico d’osso. Mi sdraio accanto a Grandi, sulla slitta delle armi, ma il freddo è troppo intenso, si gela. Anche Grandi si fascia i piedi. Alle 23 siamo ancora fermi, nell’attesa che Nasci e Riverberi decidano che cosa fare. 21 gennaio Alle 24, non so come, arriva l’ordine di andare avanti. L’ordine è per il Tirano. Comincia una marcia forzata per superare decine di migliaia di sbandati. Corriamo a tratti, ci urtiamo, passiamo da una colonna all’altra, urlando il numero della nostra compagnia. La neve sembra sabbia, sfianca. Segnalano un attacco sulla sinistra ed il maggiore Taccagno vuole che le squadre della 46 si schierino per reagire. Faticosamente tagliamo le colonne, ma l’attacco minaccia sulla destra e torniamo al punto di partenza. Breve sosta, di fianco alle colonne; poi riprendiamo il cammino fuori pista, nella neve fresca. Così fino all’una. Arriviamo al punto di smistamento. Un ufficiale del quartier generale ha l’ordine di far proseguire soltanto i reparti organici della Tridentina, di fermare i tedeschi e gli sbandati. La consegna è precisa: sparare su chi tenta di forzare. Ogni compagnia fornirà una squadra per il posto di blocco. Della 46 resta solo Perego, con un fucile mitragliatore. Riprendiamo la marcia, forse siamo il reparto di avanguardia. La notte è chiara, di fronte abbiamo una piana e poche ombre lontane. Raffiche alle spalle, brevi, secche, di armi nostre, del posto di blocco. Ci auguriamo che ogni colpo vada a segno per un tedesco. Una salita, un’altra piana, poi una conca che ci separa da un villaggio. Isbe che bruciano. All’improvviso cannoni anticarro che sparano. Taccagno grida che è roba nostra, che sono colpi in partenza. Se ne accorgerà più tardi! Anche due mitragliatrici sparano sulla sinistra e le traccianti volano alte. Il Tirano si arresta: gli italiani non hanno traccianti . . . Sono i russi che ci sparano addosso, da poco lontano. Ammassati, in piedi, guardiamo a lungo di fronte a noi. Non c’è panico: avvertiamo la presenza dei russi, ma siamo troppo stanchi per sbandarci, per tornare indietro. Per la 46 arriva l’ordine di spostarsi avanti ancora avanti. Scendo con il plotone di punta, raggiungo quasi la conca, mentre i pezzi anticarro riprendono a sparare. Altro che roba nostra! Vedo le vampe, sono i russi che sparano sul villaggio. Rumore di macchine, di carri armati. Due macchie nere, una a destra, l’altra a sinistra, avanzano con balzi di cento metri, puntano su di noi. Ci stendiamo sulla neve. Il cuore mi batte in gola. Un carro è ormai a venti metri, avanza per schiacciarci. Non mi muovo. Sono accanto a Grandi, dietro una lieve duna, e spero! Gli alpini muovono carponi, strisciano. Si ferma. Ruota su se stesso. Torna indietro. Alle nostre spalle una batteria da 75/13 sta prendendo posizione con alzo zero. Un’ora di sosta, così, stesi sulla neve, con il terrore che i carri armati ritornino. Poi, per il Tirano arriva l’ordine di attacco. Dovremo occupare il villaggio che abbiamo di fronte, a tutti i costi. Obbiettivo: l’incendio più grande. Come al solito tocca la 46 pistare per prima: come al solito c’è chi si perde con la coda della compagnia per non combattere. Fatichiamo ad assumere la formazione di combattimento. “Fare presto, fare presto,- urla Maccagno, - andare avanti alla garibaldina”. Avanziamo lentamente sul fronte ampio, raggiungiamo la periferia del villaggio, rastrelliamo le prime isbe. I centri di resistenza nemici sono ormai vicinissimi; procediamo a sbalzi. Proprio nell’attimo che precede le nostre raffiche Darè afferra una parola del . . . nemico. “ Chi siete”, urla Darè, ma nessuno risponde, nessuno spara. “Di che reparto sei”, urla Darè. “Sono alpino”. Intreccio di voci, in dialetto, prima sommesse, poi forti, allegre. Fa molto freddo, saranno le 4. Di fronte non abbiamo i russi, ma l’Edolo. Entriamo nel villaggio, tutte le isbe sono occupate. A stare fermi si gela, Maccagno è sparito e non arrivano ordini; così la compagnia si scioglie. Con Grandi e gli altri ufficiali entriamo in un’isba, di prepotenza, decisi a farla sgombrare. Spingendo, urlando, riusciamo a far libero uno sgabuzzino. Sono stanco, snervato come non mai. Mi stendo in un angolo, mi addormento. Anche nel sonno soffro, rivedo le colonne, i morti, risento le urla bestiali. A tratti mi sveglio di soprassalto, come uno spiritato: guardo i miei compagni con gli occhi sbarrati, poi mi riaddormento. Mi urtano, c’è movimento, agitazione. Fuori sta facendo giorno. Nel nostro sgabuzzino sono entrati un colonnello di artiglieria, un tenente colonnello degli alpini, un maggiore e un capitano. Adesso siamo in troppi; forse sperano di vederci uscire disciplinatamente, come se fossimo in caserma, magari con il saluto e lo scatto finale di congedo. Li guardiamo dal basso all’alto, restiamo sdraiati. Non vogliamo perdere il posto. Parte all’attacco il più bovino, il tenente colonnello degli alpini. Ordina di sgombrare, di “far posto al signor colonnello comandante”! Nessuno si muove. Ripete l’ordine. Grandi propone di far sgomberare la stanza attigua. I colonnelli acconsentono. Mentre Torelli e gli altri escono, mi sposto con Grandi su un letto lurido e infangato. Osservo il colonnello di artiglieria, un vecchio stanco, demoralizzato, che fa pena.E’ il comandante della retroguardia, questo povero vecchio che non capisce più niente. Ha in mano una carta topografica, trema, guarda fisso, con occhi spenti. Grandi tira fuori un pezzo di pane, che il tenente colonnello bovino accaparra e divide con il colonnello: mangiano con avidità. Intanto, nella stanza attigua, Torelli e gli altri spingono per far sgomberare. Un soldato, steso sul pavimento, non vuole alzarsi. Torelli insiste con le buone, poi l’afferra per il cappotto. Non è un soldato, è un ufficiale ferito, senza gradi, ed urla e si difende. L’equivoco si sta chiarendo quando arriva un capitano, quello al seguito del colonnello d’artiglieria: non capisce niente, crede che abbiano picchiato un ufficiale ferito, schiaffeggia Torelli. Succede un pandemonio, Torelli vuole reagire. Come se non bastasse entra in scena anche il colonnello di artiglieria. Sembrava mezzo morto, invece va su tutte le furie: “Io lo faccio fucilare,-urla-lo facciamo fucilare subito, senza processo. Qui possiamo fucilarlo senza processo”. Si rivolge a Grandi: “Anzi voi, fatelo arrestare immediatamente da due soldati, poi vedremo. Avete capito? Siete responsabile degli ordini che ho impartito”. Si sfiora la pazzia. Il tenente colonnello bovino acconsente. Tentiamo, io e Grandi, di intervenire: gridiamo che Torelli è un ottimo ufficiale, che si tratta di un equivoco, di un errore, che mai Torelli avrebbe messo le mani addosso ad un soldato ferito, ad un ufficiale ferito. Ma il colonnello è scatenato: non si fida più di Grandi, ordina al tenente colonnello bovino di far fucilare subito Torelli. Erano inebetiti, i colonnelli, quando entrarono nel nostro sgabuzzino. Adesso sono pazzi. Li guardiamo come si guardano i pazzi, siamo decisi a difenderci ad ogni costo, anche sparando. Fuori urlano, gridano che c’è l’allarme, che i russi stanno arrivando. Movimento generale, i colonnelli si precipitano fuori come forsennati. Il più pazzo, il tenente colonnello degli alpini, trova una specie di batteria anticarro. Fa puntare in un baleno i pezzi, ordina di sparare sui russi. E’ agitatissimo: dirige il tiro. Con il braccio teso indica i reparti russi che nei campi avanzano in formazione di combattimento. “Sparate,-urla,-sparate presto”, e s’arrabbia perché il primo colpo è lungo, si morde i pugni, perché il secondo colpo fa quasi bersaglio. Il capitano che ha schiaffeggiato Torelli trema come una foglia; ad ogni colpo di anticarro sussulta. Non capisce se tatticamente convenga attendere l’esito dell’artiglieria. Altri due colpi ed i . . . russi cominciano ad agitare coperte e moschetti. Evidentemente si tratta di un nostro reparto: qualcuno grida che è il Morbegno. Ma il tenente colonnello degli alpini non si dà per vinto, sbraita, vuole piazzare due mitragliatrici, vuole organizzare i centri di fuoco per il combattimento ravvicinato. Molti ridono, i più furbi tornano nelle isbe. Salta fuori da non so dove un maggiore, quello al seguito dei colonnelli. E’ tutto tremante, mi afferra per un braccio, mi chiede se siamo certi che non sono i russi. Ormai il Morbegno ha serrato sotto, sta entrando nel villaggio. Il Morbegno era di retroguardia, ed il colonnello comandante di tutte le retroguardie, il baldo colonnello d’artiglieria, non soltanto l’aveva dimenticato, ma l’ha preso a cannonate. Mentre i colonnelli tornano nell’isba, noi decidiamo di spostarci, di sparire. C’è il pericolo che si riparli della fucilazione: non sono riusciti a far fuori quelli del Morbegno, vorranno fucilarne almeno uno del Tirano. Purtroppo l’unica mia coperta è rimasta appesa alla finestra dello sgabuzzino a sostituire un vetro mancante. Mi presento ai colonnelli, chiedo di poterla recuperare.




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