R A C C O N T I (dei combattenti del "Tirano")


Tenente Tonino Lupi (49^ Compagnia - Fronte Russo- 1^Parte)

Tenente Tonino Lupi Fronte Russo 49^ cp. Il 21 luglio del 1942 partimmo da Avigliana, diretti in Russia. Ci sistemammo nei vagoni sui quali avremmo dovuto trascorrere un paio di settimane di viaggio: io non avevo avuto nemmeno il tempo di salutare la mia famiglia: la signora Nicola, madre di Lorenzo, ci stette accanto fino all’ultimo. Era buona e queta, la signora Nicola, ed aveva disposto sui vagoni quanto più di “comforts” aveva potuto preparare;avevamo le brandine e il pagliericcio, una gran provvista di viveri, dolci, sigarette, libri, riviste, persino un piccolo grammofono con alcuni dischi! Al momento della partenza, ci abbracciò tutti: verso di me, che non avevo potuto salutare mia madre, fu particolarmente affettuosa! Fu veramente materna! “Animo, figlioli, ritornerete tutti, e presto!” ci diceva! Alle 22,30 la tradotta si mosse: gli alpini, con le gambe penzoloni dai carri, cantavano, sul marciapiede della stazione le figure di quella cara signora, dei marchesi Zurla, di madamin Rosso, di Mariuccia a poco a poco rimpicciolirono: vedemmo svanire nella notte questi ultimi saluti, non vedemmo brillare le ultime lacrime di addio ma le sentimmo inumidirci il cuore! La musica del grammofono inondò di allegria il vagone: il momento che tutti temevamo, il momento più crudele, era passato! Il capitano Briolini ci radunò nel suo compartimento, tappi volarono in aria, dalle bottiglie uscirono fiotti di candida schiuma: “Alla nostra! Alla 49! Mai tardi!”. Brindammo. C’eravamo tutti attorno al nostro “capo”: Toni Zurla, Lorenzo Nicola, Nanni Calvi, Luciano Persel, Gianni Soncelli, Renzo Gilardi, il dr. Camillo Taini ed io. Con noi viaggiava anche il vecchio Ossicino del comando di battaglione. La tradotta filava veloce, sbuffando nell’oscurità della notte. Ventiquattr’ore dopo varcammo il Brennero: salutammo l’estremo lembo della nostra Patria, gli ultimi boschi illuminati dal raggio di luna. Zurla disse: “Prima in Francia, poi in Albania, ora in Russia! Quinto Alpini, tipo esportazione!”. Il treno sferragliò lungo la discesa su Innsbruck, cigolando sulle curve. Rosenheim, München, Augsburg, Nürnberg, Bamberg; lunghe fermate nelle stazioni ed in aperta campagna. Ad Halle una frenatrice tedesca ci venne a chiedere implorando, vino e sigarette. Il Capitano Briolini fu generoso, come sempre; in cambio le chiese di inneggiare agli alpini. “Fifa gli alpini! Puoni e pelli!” gridò quella, istruita da Persel che col tedesco ci sapeva fare, e più ancora con le tedesce! Il 25 luglio entrammo in Polonia, alla sera transitammo nell’immensa stazione di Varsavia. C’erano molti ebrei con la stella gialla e la “J” appuntata sul petto e sulla schiena: povera gente lacera e affamata, che lavorava lungo la linea sotto la sorveglianza di sentinelle tedesche, imperiose e prepotenti. Non appena costoro giravano lo sguardo, quei poveretti afferravano al volo tutto quello che noi offrivamo. Un caporale tedesco, lungo allampanato, inveì con grida gesticolando contro il capitano Briolini che stava distribuendo gallette a delle povere donne; Briolini lo cacciò via in malo modo e continuò imperterrito; l’altro si allontanò con la coda fra le gambe, mentre gli alpini, dai vagoni, gli indirizzavano bordate di fischi. La tradotta procedeva a sbalzi alternando lunghe corse ad interminabili fermate. A Brest Litowsky rinforzammo le sentinelle; con Soncelli viaggiai sulla locomotiva; dietro, qualche vagone vuoto, destinato a saltare in aria se avessimo incontrato delle mine lungo la linea, poi la tradotta degli uomini. La locomotiva sbuffava penetrando in una fitta foresta, le vedette, con le armi pronte, scrutavano attente nell’oscurità della notte, corremmo a lungo in una zona battuta dai partigiani polacchi, ma non succedette niente. All’alba del 28 varcammo il confine russo; poco distante dal cippo, un cimitero di guerra intristiva vieppiù la desolata pianura. Nicola, Ossicino, Calvi ed io trascorrevamo il tempo suonando: avevamo organizzato una specie di orchestrina con ukulele, armonichette e ocarina; quando eravamo stanchi, sfiatati, Toni Zurla attaccava il grammofono e la musica, nella tradotta della 49, non mancava mai! Dai finestrini sfilava sempre lo stesso paesaggio, eguale, piatto, monotono; intristito dalla distruzione: stazioni incendiate, vagoni rovesciati, carri armati distrutti, binari divelti, relitti di ogni genere, contorti e anneriti. A Skoplie-Slobin raggiungemmo la tradotta della 46 e della 48, poi arrivò anche la 109 e rimanemmo fermi tutta la giornata e la notte seguente. Vi erano molte altre tradotte affiancate alle nostre: i treni carichi di munizioni avevano la precedenza, stavano pochi minuti e ripartivano. I soliti poveri ebrei, in mezzo alle rotaie, lavoravano a scopare lo sterco ed era molto con quel via-vai di convogli. Ondate di odore nauseante entravano nei vagoni e fummo costretti a chiudere i finestrini. Per fortuna si mise a piovere; il puzzo ed il caldo si affievolirono. A Gomel sostammo parecchie ore: con Taini e Persel uscimmo a fare un giro per la città: ovunque era distruzione, ovunque miseria, ovunque tristezza. Un temporale scoppiato improvvisamente ci fece ritornare di corsa alla stazione, guazzando nelle pozzanghere della strada piena di buche e dall’acciottolato divelto. Il 31 luglio arrivammo a Charcow: vidi la città aprirsi maestosa, illuminata dagli ultimi raggi del tramonto. Concitato andirivieni di soldati tedeschi, lunghe file di borghesi in attesa di salire su treni già stipati fino all’inverosimile, parecchi erano accovacciati sui tetti dei vagoni! Radio-scarpa sempre premurosa e petulante, ci fece giungere la notizia dell’entrata in guerra della Turchia a fianco delle truppe dell’Asse! Ne aveva sempre di notizie, radio-scarpa e ne distribuiva a piene mani; a Lowosade quando circolò la notizia che saremmo andati nel Caucaso. In fondo in fondo c’era sempre qualcosa di vero, di nuovo, in radio scarpa: il difficile era raddrizzare la notizia che arrivava contorta, saperci vedere dentro! Per questo io ho sempre creduto a radio-scarpa! Attraverso i finestrini rigati dalla pioggia la pianura russa si estendeva attorno a noi, ci circondava con la sua sconfinata immensità; e le case distrutte che incrociavamo davano quasi una vita al paesaggio, una vita ormai spenta, le vestigia di una vita, ed il nostro occhio si posava su quei ruderi quasi in cerca di un punto di riferimento in mezzo a quel mare di erba giallastra. Il 3 agosto arrivammo a Nova Gorlowka; lasciammo i vagoni ed attraversammo la città; strade polverose, dalla profonda carreggiata, interminabili file di mastodontici stabilimenti industriali inattivi, statue in gesso, probabilmente di Lenin e Stalin, decapitate, ed una grande miseria che affiorava ad ogni angolo, ad ogni via, ad ogni piazza. Camminavamo lentamente per la disabitudine al movimento dovuto alla lunga permanenza in treno; sull’aguzzo acciottolato dell’unica via pavimentata i ferri dei muli sprizzavano scintille; gli alpini guardavano con curiosità. Alla voce che i russi avevano minato tutto, era subentrata la psicosi delle mine: qualunque cosa, qualunque oggetto che si incontrava lungo il cammino veniva scavalcato con attenzione, veniva evitato con uno scarto. Grigis girò alla larga attorno ad una scatoletta abbandonata; Offredi sbottò: “Chesta chi l’è de la naja, l’è miga russa!”. E la fece volare con un calcio! Ci accampammo in una vasta zona alberata sul limitare della città; a poco a poco arrivarono le altre compagnie, arrivarono l’Edolo ed il Morbegno, arrivò il 6° Alpini. Ai margini del bosco vi era un campo sportivo; lo sovrastava un’alta torre metallica, una torre di esercitazione per paracadutisti; sulla sommità, a 56 metri da terra, il Morbegno andò a piazzare alcune armi automatiche. Da quella torre si dominava l’intera pianura, si vedevano gli uomini a terra brulicare come tante formiche; salivamo e scendevamo continuamente; di lassù si aveva l’impressione di guardare dall’alto di una montagna! Il 10 agosto festeggiammo l’onomastico di Nicola; facemmo fuori le ultime bottiglie superstiti del viaggio e stemmo allegri anche se l’odore di partenza per il fronte incominciava a farsi sentire più forte che mai! Il 17 agosto partimmo, a piedi, naturalmente. Oltre Rikowo, lungo i bordi della pista nella steppa, incontrammo uno stuolo di mietitrici ukraine, intente al lavoro. Cantavano e ci salutarono. Durante l’alt con Nicola facemmo un concertino con ukulele ed armonica e le ragazze ballarono volentieri con gli alpini che le facevan girare vertiginosamente in mezzo al grano tagliato. Dall’alo di un covone, un vecchio dalla lunga barba bianca guardava divertito: vestiva il caratteristico camiciotto russo e sembrava un personaggio uscito dai libri di Tolstoj! Marciammo nella steppa, sotto il sole cocente, avvolti in nugoli di polvere grassa e nerastra che si appiccicava addosso, polvere delle terre nere dell’Ucraina, fertilissime, inondate di grano; marciammo a lungo su quelle sconfinate pianure: i 30/40 chilometri al giorno che macinavamo erano nulla in confronto alle distese che si perdevano all’orizzonte; grano, girasoli e poi ancora grano e poi ancora girasoli. A Iwanowka tutte le case erano distrutte, sul ciglio della strada si estendeva un grande cimitero di guerra italiano. I caduti del 3° e del 6° Bersaglieri dormivano all’ombra di una grande croce che recava la scritta: I PIU’ VELOCI A TRAMUTARSI IN CROCI. Più avanti attraversammo una grande zona mineraria: le miniere erano in fiamme ed una schiera di tecnici tedeschi stava cercando di spegnerle, per poterle sfruttare. Tra i binari contorti di una ferrovia gli alpini scopersero un teschio; le ossa bianche e pulite spiccavano sulla terra nera, tutti lo guardammo, tutti diventammo tristi, a Nicola che cantava “Erika” morirono le note sulle labbra! A Petropawlowka si mise a piovere; la polvere divenne fango, tenace, vischioso che si attaccava alle suole delle scarpe e rendeva il passo faticoso; un freddo umido ci penetrava nelle ossa, marciavamo ingualdrappati nei teli della tenda, in due giorni percorremmo quasi 70 chilometri sfilando lungo gli interminabili villaggi ukraini fatti di isbe basse e bianche. Circolò insistente una voce: Niente più Caucaso, niente più montagne! Avremmo fatto parte dell’8^ Armata con impiego in pianura! Il 28 di agosto arrivammo a Voroscilowgrad; sfilammo lungo un immenso fossato anticarro irto di punte e ci accampammo all’ingresso della città. Incominciarono ad arrivare brutte notizie, si parlò di cedimento della Sforzesca, di impiego immediato, di partenza autocarrati. Arrivarono infatti gli autocarri, una lunga fila veloce e traballante; in poche ore caricammo l’indispensabile ed al tramonto del 29 partimmo verso la linea, alla volta della grande ansa del Don. Incrociammo le solite ambulanze cariche di feriti: feriti freschi, ancora impolverati, fasciati sommariamente: mi venne alla memoria simile spettacolo del fronte greco-albanese, quando arrivammo a Coritza. Scendemmo dai camions e proseguimmo per Werk-Marksai, freccia da seguire Krusciling. La 46 partì per la linea, subito! Era il destino della 46 quello di dover correre sempre per la prima, all’improvviso, senza nemmeno il tempo di prender fiato. Alle 4 allarme! Ricevemmo l’ordine di star pronti per dar aiuto alla Celere che lo aveva richiesto; un sordo e continuo brontolio del cannone ci accompagnò per tutta la giornata; seduti sugli zaini aspettavamo l’ordine di muoverci; gli alpini erano muti, quasi tristi: l’impiego in pianura era una pillola troppo amara per doverla ingoiare senza batter ciglio: Bonetti continuava a spiegare alla sua squadra il modo di manovrare, raccomandando di coordinare il fuoco col movimento. Era in gamba, Bonetti, e capiva che in pianura la manovra era ancor più necessaria; portava il fucile con quella disinvoltura che solo i cacciatori nati hanno, e lui lo era un cacciatore e coi fiocchi! Lunghe colonne di prigionieri sfilavano davanti a noi, giovani imberbi, uomini fatti, vecchi dai capelli bianchi, mongoli dal viso appiattito e butterato dal vaiolo, cosacchi dagli occhi di fuoco; camminavano con passo stanco, molti ci sorridevano con quel sorriso caratteristico di ogni prigioniero, quel sorriso che non chiede altro che comprensione, che lo senti scendere nel cuore, che ravvicina gli uomini, che fa dimenticare di essere nemici. Altri passavano con lo sguardo assente, immerso nel vuoto: forse pensavano a quello che sarebbe stato di loro. Ci mettemmo in cammino e poco dopo arrivammo ad un laghetto dalle acque limacciose e putride, a ridosso della prima linea. Una serie di ordini e contrordini, infine ci accampammo; durante la notte un intenso bombardamento di artiglierie ci svegliò, poi le cannonate incominciarono ad arrivare poco distanti, scoppiando con fragore. Eravamo pronti ad uscire per un’azione ma ad ogni momento arrivava il contrordine. L’ indomani alcuni ufficiali andarono, col Maggiore Volpatti, ad effettuare una ricognizione del terreno per l’azione che sembrava ormai decretata ed imminente. Alle 15 ci giunse la triste notizia che una salva di artiglieria aveva fatto strage fra loro: caddero il Maggiore Volpatti, il capitano Giaminola; il capitano Brivio, insieme con alcuni ufficiali del battaglione Cervino, fu ferito gravemente: l’unico illeso fu il tenente Vita che ritornò col volto annerito dal fumo delle esplosioni. Con Nicola accogliemmo il caro amico nella nostra tenda; povero Arturo! Era ancora scosso dalla repentina tragedia e profondamente addolorato. Arrivarono i corpi straziati; ci radunammo attorno, il cappellano benedisse le fronti ancora tiepide; muti e commossi presentavamo per l’ultima volta le armi al nostro comandante di Battaglione. Oltre al suo comandante, il Tirano aveva perduto due comandanti di compagnia: non fu perciò possibile impiegarci nell’azione. Partì al nostro posto il 6° alpini; l’indomani ci giunse la notizia che in quell’azione il vecchio Sesto aveva perduto 10 ufficiali ed oltre 400 alpini! Il 1° settembre uscii per la prima volta di pattuglia sulla linea; tutta la notte battemmo la steppa spazzata dai primi venti freddi; sulle nostre teste, nel cielo terso, brillavano un’infinità di stelle. Il vento fischiava tra l’erba alta e secca: camminavamo cauti per non perdere l’orientamento in quella sterminata pianura rotta soltanto da leggeri rilievi e da improvvise balke. Ogni tanto facevo fermare due uomini per avere un punto di riferimento per il ritorno; la stella polare mi poteva fare da guida ma facevo più affidamento sui miei alpini, anche se apparivano un pò smarriti al cospetto di tanta pianura che mai, prima d’allora, avevano veduto. Sul mattino udimmo lunghe scariche di mitraglia a breve distanza, ma non successe nulla; rientrammo infreddoliti ed assonnati. Il 4 settembre arrivò il nuovo comandante di battaglione, il maggiore Gerardo Zaccardo.




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