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R A C C O N T I (dei combattenti del "Tirano") |
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Nevicava A Ziano quando mi presentai alla 628 del battaglione complementi del Quinto alpini; la neve sfarfallava lenta mentre nell’alta valle scendevano le ultime luci del crepuscolo. Eravamo saliti col trenino fino a Ziano; avevamo viaggiato in silenzio, nel vagone, Zipper, Massarani, Staffieri, Tricceri ed io: i nostri pensieri erano rivolti al battaglione che avevamo perduto, agli amici fraterni che non erano più, agli alpini dei nostri plotoni. Nessuno di noi aveva potuto immaginare una conclusione così tragica, eravamo partiti dal Don con la certezza di ritornarvi, nostro bunker! Non sapevamo rassegnarci alla triste realtà dei fatti; viaggiavamo in silenzio, nel trenino sbuffante della Val di Fiemme; i canti del gruppo di giovani sciatori ci davano fastidio, ci davano maledettamente fastidio persino i sorrisi di due belle figliole impantalonate: troppo acuto era il nostro dolore, troppo profonda la nostra tristezza, troppo vicino il ricordo! Il trenino si arrampicò fino a Ziano, stridendo nelle curve fra la neve e ci sembrava di vedere la neve di Belgorje! Io e Staffieri ci presentammo al capitano Corti: egli capì quello che stavamo provando e fu di una cortesia sincera e commovente. Trascorsero alcuni giorni pieni del ricordo dei cari amici scomparsi, pieni del desiderio di poter almeno riabbracciare i superstiti! Un giorno il capitano mi diede la notizia che i resti del reggimento sarebbero passati alla stazione di Ora; con Staffieri ci precipitammo a valle e facemmo appena in tempo a vedere gli unici due carri della 46; il rimanente del battaglione era passato sulla tradotta precedente, pochi minuti prima! Da un sottufficiale ebbi la triste conferma dell’eroica morte del capitano Briolini, di Nicola, di Soncelli, di Antoni, Gilardi, Perego, Slataper, Grandi e di molti altri carissimi amici ed alpini; l’unica consolazione, in tanta tristezza, che Toni Zurla era vivo e con lui Vita e Taini, e Calvi, sebbene ferito all’addome. Quando rientrammo, il capitano Corti ci strinse paternamente la mano e nel suo vocione squillante c’era una nota di profonda commozione. Trascorse del tempo: a poco a poco mi uniformai alla nuova vita, ai nuovi colleghi, ai nuovi alpini: tutta roba giovane ad eccezione di qualche vecchia conoscenza ripesata dalla naja alla fine della licenza di convalescenza. Da Ziano salimmo il Passo Rolle e con gli sci battemmo la zona: il capitano zompava avanti instancabile, pieno di entusiasmo, incoraggiando le giovani reclute con urlacci che facevan staccar slavine, ma i suoi modi, apparentemente burberi, nascondevano un cuore paterno, nobile e generoso, e tutti gli alpini gli volevano bene e lo chiamavano “Papà Giacum”. A Rolle sostammo un paio di settimane, poi, all’improvviso, come sempre accade, arrivò l’ordine di traferimento per il fronte antiribelle. Lasciammo la Val di Fiemme ammantata di bianco ed una sera di fine febbraio sbarcammo a S.Lucia di Tolmino. Da Santa Lucia sù per la Valle dell’Idria fino al Bivio Zelin e quindi, dopo una lunga marcia, arrivammo a Circhina, nostra nuova residenza per le operazioni di polizia cui eravamo stati destinati. Circhina era un paesetto, di una certa importanza, con la sua piccola chiesa silenziosa ed austera ed un alberghetto infiorato. Ci sistemammo nelle casermette, al limitare dell’abitato. I pochi fanti della GAF ci narrarono sui ribelli fatti poco allegri. Dopo pochi giorni ricevetti l’incarico di scortare con un piccolo plotone una pattuglia di carabinieri addetta alla precettazione militare. Naturalmente ben poche reclute si erano presentate alla chiamata e bisognava andarle a rintracciare nelle loro baite e condurle, se necessario con la forza, a Circhina per l’inoltro al distretto. Partimmo con le prime luci dell’alba e ci arrampicammo lentamente lungo i ripidi sentieri fiancheggianti il Monte Porsena. Dopo qualche ora di cammino, incontrammo la prima baita: fuggiti. Il brigadiere dei carabinieri procedette impassibile alla lettura della notifica: occhi ostili eran fissi su di noi e provai un vero dolore nel constatare l’anti-italianità di questa gente. Non mi sembrava possibile che erano i nostri confini e potessero vivere persone che avevano in odio la nostra bandiera, il nostro esercito, gli stessi nostri alpini! Chiesi dell’acqua ad una donna: uscì all’aperto, sul terrazzo chiazzato di neve; quando rientrò con un pesante secchio un alpino fece per aiutarla: gli rispose con malgarbo biascicando parole slave. Intervenni facendole osservare che il soldato era stato gentile e che doveva essere apprezzato e rispettato, costei lanciò un’occhiata carica di odio e fu un pò più cortese perché capì che non stavo certo a scherzare! Riprendemmo il nostro cammino. Alla seconda e terza baita nessuna traccia di uomini: avevano preferito arruolarsi nelle bande di ribelli. Al quarto casolare un giovane ci venne incontro sorridente: ascoltò il carabiniere, sempre sorridendo si infilò la giacca, pronto a seguirci. Eravamo molto distante da Circhina e marciavamo con gli occhi bene aperti; entrammo in un fitto bosco: i carabinieri eran nervosi e dicevano che in quel bosco, mesi addietro, un reparto della GAF era caduto in una imboscata. Scivolammo silenziosi sulla neve dura, aperti a ventaglio; ad un tratto una fucilata riecheggiò a distanza: una pallottola sibilò tra gli alberi spaccando i rami secchi. Poi più nulla. Finalmente il bosco cominciò a diradarsi e sboccammo su di un costone sovrastante a picco la valle già avvolta dalle prime ombre della sera. Giungemmo alle casermette che era notte fonda, il giovanetto che avevamo reclutato mi salutò, il suo sorriso nella fioca luce del corpo di guardia mi colpì per la sua dolcezza: gli battei una mano sulla spalla e gli augurai buona fortuna; lo seguii con lo sguardo mentre si dileguava nel buio accompagnato dai carabinieri.La guerra contro i partigiani è una strana guerra: è fatta di comodità finché queste durano, poi, improvvisamente un allarme costringe a prendere la montagna ed a batterla quant’è vasta, alla ricerca di un nemico che non veste divisa, che aspetta paziente e feroce all’agguato, che si tramuta in pastore, in contadino, in donna. Nelle casermette ci eravamo sistemati per bene, compatibilmente col fatto che eravamo in zona di operazioni, naturalmente. Ma essere al coperto, mangiar rancio caldo due volte al giorno, lavarsi in lungo e in largo erano già cose che facevano venire il capogiro a chi le raffrontava alle vite dell’Albania e della Russia. Un giorno arrivò Martinelli, il vecchio esploratore, che una cattiva febbre reumatica aveva gettato in un ospedale al tempo del rientro dalla Grecia. Licenziai immediatamente l’imbranatissima recluta che con molta buona volontà e molti danni mi faceva da attendente e assunsi lui. Mi seguì fedelmente ovunque, sempre pronto, sempre premuroso, sempre allegro, con il suo passo dinoccolato di “mangiamontagne”, coraggioso e deciso, da buon vecchio contrabbandiere della Valdidentro! Quando più torbida era la << naja >> sempre invocava il suo paesello: << Pedenoss, Pedenoss! Sta sicür che te porti indré i me oss!>>. *** Battevamo continuamente la montagna. Per un po’ i ribelli non si fecero vedere: dopo qualche azione sporadica con poche fucilate, costoro avevano capito che con gli alpini c’era poco da fare e si tenevano alla larga. Una mattina, la mattina del sabato santo, uscimmo per un breve rastrellamento: nel buio precedente l’alba sfilammo silenziosi lungo il ponticello di legno delle casermette; il campanile della chiesa di Goriani batté i soliti rintocchi di segnale; non riuscimmo mai a scoprire l’autore di quei rintocchi ed avevamo finito col rassegnarci e farci l’abitudine. A poco a poco l’alba sbiancò il cielo e sbocciò una giornata meravigliosa : su di un costone erboso il capitano ordinò di dividerci; io proseguii per costa con Villani e Staffieri ed i loro plotoni; il resto si diresse a valle attraversando una macchia. Ad un tratto udimmo un improvviso, intenso scrosciar di mitraglia, poi un gruppo di ribelli passò sul costone opposto, inseguito dagli alpini. Assistemmo impotenti alla scena: i ribelli correvano, cadevano, si rialzavano braccati dagli alpini. Non potevano fare fuoco per timore di colpire, data la distanza, i nostri. Le raffiche si susseguivano alle raffiche e gli scoppi delle bombe a mano rintronavano nella piccola valle fasciata di verde. Vedemmo i ribelli screstare ed infilarsi in un bosco di abeti; i nostri si arrestarono, il capitano fece lanciare gli squilli di adunata; ci riunimmo in breve tempo. Rientrò il tenente Re che comandava gli inseguitori; era trafelato ed insisteva per continuare l’inseguimento. Ci riordinammo, nessun mancante, nessun ferito, solo pochi graffi a qualcuno. Riprendemmo la marcia a passo svelto lungo il sentiero percorso dai ribelli: di loro nessuna traccia: solo varie macchie di sangue sulle pietre e sull’erba, qualche straccio e molti caricatori segnavano la via di ritirata. Ai primi alberi ci arrestammo stimando inutile proseguire nell’inseguimento. La valle di Circhina di lassù si apriva alla nostra vista sotto il sole di una primavera precoce: un suono smorzato di campane salì fino a noi ad annunziarci che Cristo era risorto! Da quel giorno i rastrellamenti si fecero più intensi e sempre bisognava pistare con gli occhi aperti! Il più delle volte erano scarpinate senza risultato, ma non di rado accadeva che ci scappasse qualche fucilata o che si catturasse qualcuno che, se non proprio combattente, era almeno una staffetta o un informatore dei ribelli. I migliori risultati si ottenevano arrivando all’alba presso i piccoli abitati di montagna e allora sì che i giovani e gli uomini validi saltavan fuori dalle case! |
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